giovedì 8 febbraio 2024

“The Holdovers”, Alexander Payne (2023)

Con questo film Alexander Payne riprende l’analisi a lui cara della vita di tutti i giorni di persone comuni ed anche questa volta, come in “Election” (1999) ed in “Nebraska" (2013), decide di utilizzare un microcosmo, questa volta decisamente claustrofobico, composto da tre personaggi costretti a passare soli soletti due settimane delle vacanze natalizie al college Barton nel New England. Paul Hanham (Paul Giamatti), insegnante, e Mary Lamb (Da’Vine Joy Randolph), cuoca, sono in veste di custodi e Angus Tully (Dominic Sessa), studente, in veste di ospite forzato. Ciò che accomuna questi tre soggetti (ben definiti dal titolo, azzeccato ma non facilmente traducibile, forse “I lasciati indietro” riesce a rendere l’idea) è una vita tragica: il primo ha avuto la carriera irrimediabilmente rovinata per una falsa accusa di plagio durante gli studi ad Harvard ed ora insegna storia antica avendo come superiore un suo ex-allievo, la seconda ha appena perso il figlio ventenne Curtis verosimilmente in Vietnam (siamo alla fine del 1970), il cui cognome, Lamb (agnello in inglese), lo caratterizza come innocente vittima sacrificale di quella guerra, e l’ultimo abbandonato dalla madre che preferisce andare in vacanza con il neo-marito, mentre il precedente, padre di Angus, è ricoverato in una struttura psichiatrica per una grave psicosi schizofrenica. 
Come reagiscono questi personaggi a queste sventure, come riescono ad arrampicarsi sulla scala da pollaio della vita, per usare una metafora cara a Paul? 
Quest’ultimo si rifugia nello studio e nutre un non celato disprezzo nei confronti degli allievi, considerati tutti ricchi, aristocratici ed ignoranti (proprio come colui che lo accusò falsamente ad Harvard e fu creduto grazie al suo status economico-sociale); non a caso ha un particolare interesse per il pessimismo stoico di Marco Aurelio, di cui regala ai colleghi di reclusione il libro “Colloqui con se stesso”, summa del pensiero dell’imperatore-filosofo. 
La seconda esibisce un cinismo sarcastico che non le appartiene e si nasconde dietro una nuvola di fumo e whisky con la quale cerca di nascondersi la verità: se fosse stata benestante come i genitori dei ragazzi del college avrebbe potuto iscrivere Curtis all’università evitandogli la partenza per il Vietnam e quindi lo avrebbe ancora con sé. 
Il terzo invece, da buon adolescente, sfoga apertamente la sua rabbia nei confronti del mondo. 
E il miracolo che Payne riesce a compiere nel corso della narrazione, svolta come sua abitudine senza usare toni alti o effetti speciali un po’ come un quadro di Edward Hopper, è quello di riuscire a trasformare questi tre iceberg che sembrano appunto destinati a distruggersi cozzando l’un contro l’altro in esseri umani che si aiutano a vicenda, che soffrono e ridono insieme, che si capiscono e in definitiva, finalmente, si amano. Certo, è un’operazione faticosa per questi piccoli ma grandi uomini (+ una donna) cui il regista dedica appunto uno spezzone dell’omonimo film di Arthur Penn del 1970. Tutti e tre quindi escono trasformati da queste due settimane: Paul rompe il guscio di algida dignità che si era costruito e ricorre metaforicamente al suo occhio buono (ha un forte strabismo) mentendo per salvare Angus dall’espulsione dal college, Mary ritrova la gioia di vivere pensando al nipotino in arrivo, per il quale mette da parte il corredino che era stato del figlio, e Angus riprende la sua carriera scolastica, grato a Paul del salvataggio e pronto ad affrontare la scala da pollaio della vita con la dovuta fermezza ed energia.  

sabato 3 febbraio 2024

“Povere creature!”, Yorgos Lanthimos (2023)

 

Per sviluppare le tematiche trattate nel suo ultimo film Yorgos Lanthimos utilizza una triade di personaggi che impersona il diverso modo dell’Umanità di atteggiarsi nei confronti della vita e del mondo. 
Il dott. Godwin Baxter (Willem Defoe) vive per la scienza e la ricerca, si situa quindi all’estremo più razionale del modo di vivere. 
A Bella Baxter/Victoria Blessington (Emma Stone) Godwin ha trapiantato nel cranio il  cervello del feto che essa portava in grembo, dopo averla ripescata quasi morta dal fiume dove si era gettata per un assoluto rifiuto della maternità; Bella rappresenta quindi l’estremo emotivo ed irrazionale della Weltanschauung umana, anche perché si comporta ovviamente in tutto e per tutto come un bambino, al cui sviluppo mentale, con conseguente modificazione comportamentale, assistiamo nel corso della narrazione. 
Ed infine, fra i due estremi si situa il dott. Max McCandles (Ramy Youssef), allievo di Godwin, in cui convivono le passioni e quindi l’amore in particolare per Bella e l’interesse per la scienza e quindi la razionalità. 
Collateralmente abbiamo altri personaggi che impersonano particolari atteggiamenti nei confronti della vita, ad esempio Duncan Wedderburn (Mark Ruffalo), dedito esclusivamente ai piaceri del sesso e della buona tavola, e Harry Astley (Jerrod Carmichael), cinico e pessimista in merito alle possibilità di redenzione dell’Umanità. 
Nel descrivere questa Comedie Humaine il regista focalizza l’attenzione sul progressivo sviluppo mentale di Bella che si trasforma da bambina capricciosa incapace di sentir ragioni e dedita senza scrupoli ai piaceri del corpo (mangiare e, più tardi, autoerotismo) a un essere raziocinante, interessato alla cultura  e alle pratiche scientifiche di Godwin, in cui ella vede sia un Dio vincente (God-win) che un padre, piegandole alle sue necessità ed ai suoi voleri. Ecco quindi che in Bella, una volta maturata sul piano cerebrale, compaiono tutti gli aspetti che abbiamo visto descritti negli altri personaggi, ad evidenziare il mix di atteggiamenti nei confronti della vita e del mondo che caratterizza gli esseri umani. Un mix in cui possono prevalere aspetti negativi, ad esempio la vendetta che Bella esercita nei confronti del marito (Christopher Abbott), con un intervento di trapianto cerebrale da una capra. E che il mondo sia fatto a scale (chi le scende e chi le sale) è anche dimostrato dall’atteggiamento sprezzantemente imperioso della domestica Prim (Vicki Pepperdine) nei confronti di Felicity (Margaret Qualley), anch’essa vittima di un trapianto di cervello ad opera di Godwin, quando alla fine del film le ordina di andare a prendere l’acqua per l’uomo-capra. A conti fatti dobbiamo dare quindi ragione al cinismo di Harry Astley.
Per completezza va citato anche il tema per cui questo film è universalmente acclamato e cioè la libertà, libertà di liberarsi del marito tirannico e di annientare Wedderburn, libertà di emanciparsi attraverso la lettura (non a caso Bella legge Ralph Waldo Emerson) e di iscriversi alla facoltà di Medicina. Libertà letta quindi al femminile, un tema molto (forse troppo) trattato, probabilmente anche per correttezza politica.



domenica 7 gennaio 2024

Passato e presente in “One Life” (James Hawes, 2023) e “Perfect Days” (Wim Wenders, 2023)



È difficile pensare a due persone così diverse come il Signor Hirayama (Kōjy Yakusho), protagonista di “Perfect Days”, e Sir Nicholas Winton (Anthony Hopkins), protagonista di “One Life”. Vero, ma vi è un punto di contatto fra le loro vicende, pur se ambientate in contesti radicalmente diversi, di non poco rilievo.

Hirayama vive felicemente in un eterno presente fatto di gesti e situazioni uguali, ma non identiche: non a caso fotografa tutti i giorni lo stesso albero alla stessa ora, a dimostrare che nulla è identico da un giorno all’altro, un evidente richiamo al film “Smoke” (Wayne Wang, 1995). Il suo passato è oscuro, ma qualcosa si può intravedere dalle sue abitudini, ad esempio legge un autore non facile come William Faulkner ed è quindi persona colta. Inoltre, apprendiamo gradualmente di un distacco probabilmente traumatico dalla famiglia di origine, ma tutto ciò non lo turba e tutte le mattine lo vediamo uscire con un sorriso sulle labbra per pulire i bagni pubblici di Tokyo, possibile metafora della sua capacità di scrostarsi di dosso il passato. Ma, come dice appunto Faulkner, Il passato non è morto, anzi non è mai passato (Requiem per una monaca, 1951) e così avviene ad Hirayama, con la comparsa della nipote Nina che incrina la sue abitudini, ulteriormente incrinate dall’abbandono del suo collaboratore al lavoro e dall’incontro fra la proprietaria del bar che abitualmente frequenta e l’ex marito, come se il fatto di vederla abbracciata ad un uomo e non dietro il banco fosse un drastico cambiamento. E il film si chiude su una lunga inquadratura di Hirayama al volante del suo furgoncino mentre sul suo volto si alternano il sorriso ed il pianto, a significare che, volente o nolente, egli è tornato nelle vesti di un essere umano. Che la sua felicità perenne fosse fittizia ce lo dice in effetti anche l’assonanza fra il titolo del film e la canzone di Lou Reed che Hirayama ascolta, “Perfect Day”, il cui testo parla di un giorno appunto perfetto, ma solo grazie alla compagnia dell’eroina.  In definitiva, l’utopia di vivere un eterno presente si disvela con estrema chiarezza.

Nicholas Winton vive invece in preda al ricordo del passato che anche in questo caso non passa. Egli non riesce infatti a dimenticare di non essere riuscito a completare il suo tentativo di portare in salvo in Inghilterra tutti i bambini ebrei di Praga, minacciati dall’incombente invasione della Cecoslovacchia da parte dei nazisti, nonostante fosse riuscito a salvarne più di 600. Per sua fortuna la vicenda viene a conoscenza dei conduttori di un programma della BBC (non a caso intitolato “That’s Life”: Questa è la Vita) che riescono a fargli incontrare in una puntata gran parte degli (ex)bambini da lui salvati, ora adulti felicemente sposati e con figli. Questo incontro rappresenta per Winton la presa di coscienza del bene che è riuscito a fare nell’unica vita ("One Life") che gli è stata concessa e lo riconcilia con i fantasmi del passato.

Come possiamo allora rapportarci con il passato ed il presente? A parte le ovvie differenze nella vita dei singoli individui, il presente, seppur fugace o addirittura inesistente come insegna Henri Bergson, è l’aspetto più importante della vita; se non si vive bene l’hic et nunc il qui ed ora, non si può essere felici, come ricorda Wislawa Szymborska nell’incipit della sua poesia “Disattenzione”:

Ieri mi sono comportata male nel cosmo

Ho passato tutto il giorno senza fare domande

Senza stupirmi di niente.

Ho svolto attività quotidiane

Come se ciò fosse tutto dovuto...

Ma il passato è necessario, senza di esso non è possibile interpretare il presente e costruire un futuro ed ecco infatti come Søren Kierkegaard ce lo ricorda Vivere nel ricordo è il modo più compiuto di vita che si possa immaginare; il ricordo sazia più di tutta la realtà e ha una certezza che nessuna realtà possiede. E quindi sta a noi trovare il giusto equilibrio nel vedere il passato, vivere il presente e naturalmente programmare il futuro.


 

domenica 31 dicembre 2023

“Ferrari”, Michael Mann (2023)

Michael Mann ama giuocare con i colori, pensiamo ad esempio alla buia notte infinita di “Collateral” (2004) che fa da sfondo alla spietatezza del killer o al contrasto fra la luce abbagliante del sole che illumina la vita di tutti i giorni e la buia notte che vede svolgersi il malaffare in “Miami Vice” (2006). Ed anche in "Ferrari” il colore ha un ruolo importante: il rosso delle automobili ben esprime la passione che cova in Enzo Ferrari e che egli vuole a tutti i costi trasmettere ai suoi piloti e il nero della notte in cui partono i piloti della “Mille Miglia”, preludio di una tragedia.

Il film di Mann abbraccia un periodo di due mesi del 1957, forse il peggiore della tormentata vita di Enzo Ferrari, un periodo che inizia e finisce con la morte: inizia con quella di Eugenio Castellotti all’autodromo di Modena il 14 marzo e finisce con quella di 11 persone, fra cui Alfonso de Portago (Gabriel Leone), il suo co-pilota e 9 spettatori di cui 5 bambini, il 12 maggio durante la “Mille Miglia”.  Ma non finisce qui, questi mesi terribili erano stati preceduti nel 1956 dal più terribile dei drammi: la morte (sì, ancora lei) per distrofia muscolare del figlio Dino di 24 anni. La morte è quindi protagonista di quest’opera; oltre a quanto detto la sentiamo infatti ripetutamente menzionare da Ferrari quando ricorda gli amici Campari e Borzacchini morti a Monza nel 1933 e quando, durante una conversazione a tavola con i suoi piloti, ricorda loro la necessità di non considerare il rischio di morire durante una corsa e quindi di non frenare mai prima che lo faccia l'avversario. Ragionamento duro e spietato questo, ma la spietatezza sfuma poi nell’umanità quando Ferrari a chi, all’indomani della fatale "Mille Miglia", gli ricorda che il pensiero della morte è costantemente presente nella mente degli esseri umani, egli risponde che sì, è vero, ma ciò non vale per i bambini. Ed il pensiero dei bambini ci riporta al Ferrari-uomo, al suo vivere un’esistenza divisa fra la moglie Laura (Penélope Cruz) e l’amante Lina (Shailene Woodley) che gli ha dato il piccolo Piero (Giuseppe Festinese), un’esistenza che, oltre alle inevitabili crisi di una simile situazione famigliare, è tormentata anche dal pensiero del possibile disastro finanziario che minacciava la Ferrari in quel periodo. Se pensiamo alla filmografia di Mann non possiamo non ricordare a questo proposito il personaggio di un altro suo film, anch'egli tormentato ed in preda ad una crisi esistenziale che travolse lavoro e vita famigliare, il Jeffrey Wigand (Russel Crowe) di “Insider” (1999). Se poi consideriamo anche i protagonisti di “Heat” (1995), anch’essi tormentati dalle scelte imposte da vite private complesse e lavori rischiosi, arriviamo al nocciolo della filosofia filmografica di Mann, e cioè quello di rappresentare con esempi epici, adatti al mezzo cinematografico, e in una prospettiva decisamente pessimista le difficoltà che la vita impone in definitiva a tutti noi esseri umani.

Un’ultima considerazione personale. Sentir menzionare i nomi dei piloti di allora e vederli sfidare la morte in maglietta a maniche corte con una sigaretta in bocca, usando in scioltezza “doppietta” e “punta-tacco” e ricercando la miglior traiettoria con continue correzioni dello sterzo, riporta alla mente, non senza emozione, il romanticismo di quell'epoca.



 

lunedì 25 dicembre 2023

"Foglie al vento", Aki Kaurismäki (2023)

Quest’ultima opera di Kaurismäki tocca numerosi ed importanti temi quali solitudine, povertà, guerra, ingiustizia sociale, alcolismo con l’abituale apparente distacco, apparente perché egli riesce in realtà ad evocare nello spettatore empatia per i protagonisti, cosa che altri registi “distaccati”, come ad esempio Michael Haneke, non riescono ad evocare, limitandosi a svolgere il loro compito come un entomologo guarda gli insetti al microscopio. Vediamo ora di seguito quali sono alcuni dei messaggi che si possono ricavare da questo film.

La vicenda di Ansa (Alma Pöysti) e Holappa (Jussi Vatanen) sembra svolgersi fuori dal tempo: la radio trasmette notiziari sulla guerra in Ucraina, in particolare sui bombardamenti di Mariupol del 2022, ma nel bar in cui Ansa trova lavoro il calendario è del 2024, mentre al cinema dove lei va insieme a Holappa sono affissi, come se fossero in programmazione, manifesti di film di 30-40 anni fa. Infine, in uno dei bar in cui si svolge la narrazione vediamo in azione un juke-box Würlitzer che ormai rappresenta un oggetto di antiquariato. Per qual motivo il regista svolge il suo racconto nel contesto di questi salti temporali? Una possibile spiegazione è che in questo modo egli abbia voluto dirci che solitudine, povertà, ingiustizia sociale ed alcolismo, che vediamo sfilare sullo sfondo della follia della guerra trasmessa dalla radio, sono eterni e prevedibilmente non destinati a migliorare.

Perché Holappa perde il biglietto con l’indirizzo di Ansa al loro primo appuntamento ed inoltre verso la fine, uscendo di casa per correre da lei, viene investito da un tram? Così Kaurismäki ci insegna che possiamo fare tutto quello che vogliamo, ma quando il Fato ci mette lo zampino tutto va a gambe all’aria, nonostante la cura che possiamo aver messo nei nostri preparativi, come ha fatto Holappa prendendo in prestito una giacca per correre da Ansa. E se non ci si mette di mezzo il Fato ci pensa qualcuno, come l’occhiuto sorvegliante del supermercato dove lavorava Ansa il quale ne provoca l’ingiusto licenziamento dichiarando “Ho obbedito agli ordini” proprio come i dirigenti nazisti al processo di Norimberga, una motivazione la cui validità fu fermamente negata da Hanna Arendt quando scrisse “Nessuno ha il diritto di obbedire”.

 

Un’ultima annotazione in merito al titolo del film: in originale Kuolleet lehdet (Foglie morte), in italiano “Foglie al vento", in inglese Fallen leaves (Foglie cadute). Quale di questi titoli meglio si adatta al film? “Foglie al vento” sottolinea l’imprevedibilità degli eventi umani, dovuta appunto al Fato, che ci lascia in preda al vento come la piuma di “Forrest Gump” (Robert Zemeckis, 1994) e le nuvole in viaggio dell’omonimo film del 1996, sempre di Kaurismäki. Ma “Foglie morte” rispecchia il pessimismo del regista e risuona nelle immagini dei morti viventi che si trascinano nel film “I Morti non muoiono” (Jim Jarmusch, 2019) che Ansa e Holappa vedono al loro primo appuntamento. Anche loro due si trascinano passivamente nelle loro vite tristi e monotone, ma rispetto agli zombi almeno riescono a trovare un po’ di consolazione, lei nella compagnia di un cane e lui nella bottiglia. 

 

Alla fine della narrazione non possiamo forse sperare in uno spiraglio di ottimismo quando vediamo i due incamminarsi su un prato verso un orizzonte luminoso? Temo di no. Non può infatti essere un caso che il povero Holappa arranchi faticosamente sulle stampelle per stare dietro ad Ansa ed al suo cane che lo precedono; in questo modo il regista ci vuol dire che l’unione fra i due sarà meno solida di quella fra Ansa ed il cane.

 

sabato 9 dicembre 2023

“Dogman”, Luc Besson (2023)

In un momento in cui le sale cinematografiche sono inondate di produzioni prive di fantasia, perlopiù prequel, sequel, biopic, spin-off di fumetti o videogiochi, una pellicola come “Dogman” rappresenta una ventata di aria fresca. Besson riesce infatti a mixare più generi (poliziesco, commedia, sentimentale) in un film nato da una sua idea originale e che, pur essendo ricco di azione e quindi tutt’altro che noioso, contiene significati interessanti di cui vale la pena parlare.

Doug (un camaleontico Caleb Landry Jones) è quello che potremmo definire un misfit, cioè un soggetto inadatto ad inserirsi nella società, sulla scia dei protagonisti di altre opere di Besson come “Nikita” (1990) e “Léon" (1994). Questa sua condizione è dovuta ai danni psicologici e fisici riportati nell’infanzia in seguito alla ferocia del padre (Clemens Schick) e del fratello maggiore (Alexander Settineri), a causa della quale tra l’altro sua madre, incinta del terzo figlio, è stata costretta a fuggire, abbandonando Doug nelle loro grinfie. E quindi fra le amorevoli grinfie dei cani che il padre alleva per farli combattere Doug passa la sua infanzia, chiuso a chiave con loro in una gabbia. 

Il tema principale del film è l’identità. Della propria Doug non può essere sicuro: a causa sia del terribile trattamento che ha ricevuto dagli esseri umani che della convivenza con i cani egli potrebbe infatti sentirsi più cane che uomo e non è certo casuale a questo proposito l’assonanza fra “Doug" e “dog". Egli sfoga questa sua incertezza identitaria nella passione per i travestimenti, preferibilmente di soggetti femminili (richiamo evidente all’abbandono da parte della madre) e si esibisce con successo a teatro nei panni di Edith Piaf e Marlène Dietrich. Un teatro, tra l’altro, dove recitano esclusivamente Drag Queen, nel quale quindi il travestimento e l’incertezza identitaria sono la regola. Doug è cosciente dei motivi della sua passione per il travestimento e apertamente controbatte l’ipotesi di Evelyn (Jonica T. Gibbs), la psichiatra che lo prende in cura, nel momento in cui lei gli ricorda che il travestimento può anche essere un modo per nascondersi allo scopo di compiere atti inconfessabili. Evelyn rappresenta per Doug l’unico essere umano con cui si crea un clima di confidenza (a parte l’attrice teatrale Salma - Grace Palma - di cui egli si invaghisce da bambino ma che poi lo delude sposandosi) ed il motivo ce lo dice lui stesso: anche Evelyn è vittima degli esseri umani, ha dovuto infatti divorziare da un marito violento che la stalkerizza ed ha avuto un padre violento. In definitiva, il nocciolo del problema è quindi la caratteristica degli esseri umani di poter scegliere fra il Bene ed il Male, caratteristica che i cani non hanno poiché non conoscono la differenza fra i due e quindi non possono sapere cosa sia la cattiveria. E per questo motivo Doug sceglie senza esitazione alcuna i cani. 

 

giovedì 16 novembre 2023

“Anatomia di una caduta”, Justine Triet (2023)

Cosa ci dice il titolo di questo film? Di primo acchito possiamo pensare ad un'analisi tecnica dei motivi della caduta dal balcone che ha causato il decesso di Samuel (Samuel Theis). Forse però c’è un altro significato più sottile, forse la regista ha voluto implicare nel titolo l'analisi, approfondita come una vera e propria dissezione anatomica, del deterioramento (e quindi della caduta) dei rapporti fra moglie e marito che emerge gradualmente nel corso del processo intentato contro Sandra (Sandra Hüller), imputata dell’omicidio del marito Samuel. In quest’ottica definire il film un thriller è fuorviante, si tratta in effetti di un'accurata analisi psicologica dei rapporti fra i due coniugi, orchestrata dal pubblico ministero (Antoine Reinartz) cui si contrappone l’avvocato di Sandra, Vincent (Swann Arlaud). Il quadro che emerge da questa analisi rivela un rapporto fra i due coniugi estremamente difficile a causa di una totale incapacità reciproca di rinunciare a qualche propria necessità per venire incontro alle necessità dell'altra/o. Qualsiasi unione si regge infatti criticamente su un compromesso fra le proprie esigenze e quelle della/del partner, se ciò non avviene la simbiosi necessaria alla durata dell’unione è inevitabilmente compromessa. E nel corso dell'audizione in aula di una registrazione fatta da Samuel all'insaputa di Sandra di una loro discussione assai burrascosa (già questo sotterfugio la dice lunga sullo stato dei rapporti fra i due) questo problema emerge con chiarezza attraverso una serie di accuse dell'uno all'altra e viceversa in merito a scelte di vita (vivere a Londra o nelle Alpi francesi, in città o isolati fra i monti, decidere chi segue il figlio, ecc.) che avrebbero di volta in volta impattato sulla vita dell'uno o dell'altra. Inoltre, se è vero che la scelta di Samuel di registrare la discussione è stata molto scorretta, va però riconosciuto che Sandra, oltre ad una breve, pregressa e riconosciuta relazione omosessuale, con ogni probabilità nutre un'attrazione per Vincent, il suo avvocato, intessendo con lui una relazione probabilmente già in fieri prima della morte di Samuel. E una metafora che sottolinea l'incomunicabilità presente fra i due è il necessario ricorso nei loro colloqui all'inglese, lingua che non appartiene nè a lei (tedesca) nè a lui (francese).
Abbiamo detto in precedenza che definire questo film un thriller è fuorviante, ma in realtà vi è un cadavere la cui causa di morte (omicidio o suicidio) va definita. Due personaggi che si trovavano in zona al momento dell'evento fatale potrebbero chiarirne la causa però uno può parlare ma non vedere mentre l'altro può vedere ma non parlare. Si tratta rispettivamente di Daniel (Milo Machado Graner), giovane figlio della coppia reso cieco da un trauma della strada, e di Snoop, il cane-guida di Daniel. Nomen omen nel caso del cane: to snoop significa infatti curiosare in inglese e questa qualifica poteva farne un valido testimone. Così ce lo presenta infatti il piano-sequenza iniziale quando gira scodinzolando e curiosando per tutta la casa. Forse la regista con questa scelta ha voluto esprimere in modo metaforico la totale impossibilità di giungere a un giudizio definitivo in merito al quesito se si sia trattato di suicidio o omicidio, gettando quindi l'ombra del dubbio sulla decisione ultima della giuria, che qui non sveliamo.