All'inizio della narrazione, del dodicenne Nanning (Jasper Billlerbeck) abbiamo qualche notizia solo in merito al presente: originario di Amburgo, di famiglia benestante, figlio di un gerarca nazista, si trasferisce durante la guerra sull'isola di Amrum nel mare del nord insieme alla madre, alla zia, a un fratello ed una sorella minori (un'altra sorellina arriverà nel corso del film). Su quest’isola, dove la famiglia possiede una casa di balenieri da nove generazioni, Nanning lavora nei campi di Tessa (Diane Kruger) insieme all'amico Hermann (Kian Koeppke) per procurare cibo alla famiglia. Durante questo soggiorno apparentemente pacifico (della guerra ci si accorge solo per il passaggio degli aerei e per l'arrivo di profughi, malvisti dai locali) Nanning verrà a conoscenza di un passato della sua famiglia che ignorava completamente, avrà diretta esperienza della morte scoprendo il cadavere dello zio Onno (Jan Georg Schuette), fedele nazista suicidatosi alla notizia della sconfitta della Germania, si impegnerà fino a rischiare la morte per nutrire la madre Hille (Laura Tonke) e ne avrà in cambio ben poche manifestazioni di affetto, percepirà la sensazione dell'essere estraneo in una terra che considerava sua, avrà l’occasione di dimostrare la sua umanità salvando dall’annegamento un giovane profugo che giorni prima gli aveva rubato con la violenza del cibo prezioso, sperimenterà il disprezzo del prossimo nei confronti della sua famiglia, non più temuta e rispettata dopo la caduta del nazismo, capirà che nel mondo spesso vale la regola latina mors tua vita mea quando, costretto da un cacciatore in cambio come sempre di cibo, si troverà in prima persona a tendere una trappola mortale ad una foca. Il film rappresenta quindi una storia di formazione condensata in 90 minuti dalla quale Nanning uscirà da adulto dopo esservi entrato da bambino, una storia difficile, faticosa e pericolosa, metaforicamente analoga al percorrere quelli che gli abitanti di Amrum chiamano "campi fangosi” (watt in tedesco), una vasta porzione di spiaggia che con l’alta marea si trasforma rapidamente in una pericolosissima distesa di sabbie mobili ed acqua alta. E in conclusione, ricaverà qualcosa il nostro Nanning da questa faticosa e pericolosa esperienza? Riceverà un segnale di approvazione per tutto il da fare che si è dato per gli altri nel corso della narrazione? Fortunatamente sì, sarà il semplice dono di una collana di cuoio che riceve, mentre con la famiglia si appresta a tornare ad Amburgo, dalla sorella del profugo cui aveva salvato la vita; questa collana ed il sorriso della ragazza riescono ad evocare sul volto di Nanning per la prima volta un sorriso, sorriso che rimarrà sul suo volto quando nella sequenza finale lo rivediamo anziano in riva al mare, avendo assolto ciò che si era proposto e cioè tornare ad Amrum, la sua casa.
Dentro l'Immagine
Un'immagine può essere apprezzata per le sue qualità puramente estetiche ("mi piace"), ma in essa esistono anche significati che possono non essere immediatamente colti, soprattutto in un mondo pieno di immagini come quello in cui viviamo. E' quindi necessario prendersi il tempo per entrare nell'immagine (in questo blog in particolare, ma non solo, cinematografica) alla ricerca di questi significati.
giovedì 26 marzo 2026
venerdì 20 marzo 2026
"Nouvelle Vague", Richard Linklater (2025)
venerdì 13 marzo 2026
"Il suono di una caduta", Mascha Schilinski (2025)
Quattro donne nell'arco di un secolo abitano una fattoria nel nord della Germania: ai primi del '900 Alma, (Hanna Heckt) una bimba di 7 anni, nel secondo dopoguerra Erika (Lea Drinda) e negli anni '80 Angelika (Lena Urzerdowski) entrambe alla fine dell'adolescenza, infine Lenka (Laeni Gaeseler) ai giorni nostri, fra fase prepuberale e adolescenza.
La narrazione riguarda la vita di queste donne ed in particolare il loro confrontarsi con le diverse difficoltà e traumi che le varie epoche presentano nei confronti del sesso femminile, ma anche con due eventi che appartengono a tutti gli esseri umani: i turbamenti sessuali dell'adolescenza, evidenti nel caso delle più grandi, e la morte. Morte che è una presenza costante nel film, morte per suicidio: una sorella di Alma per non andare a lavorare da serva, impiego che implicava la sterilizzazione e di conseguenza l’essere alla mercé di tutti gli uomini, per malattia: la madre dell’amica di Lenka per cancro, per annegamento nell’attraversare il fiume per sfuggire all violenza dei soldati russi nell'immediato secondo dopoguerra. E il suono della caduta sottolinea questi eventi. Il film è ricco (forse troppo) di altri simboli e metafore: il morso dell'anguilla (pericolo), l'onnipresenza dell'acqua (fonte di vita ma anche di morte), Lenka che indossa le ciabatte dell'amica di poco più grande (desiderio di lasciare l’infanzia per entrare nell'adolescenza), la distruzione a martellate della stufa (rimozione del ricordo), il calore cui si accenna in varie circostanze (simbolo di vita, contrapposto al freddo della morte). E proprio la percezione del calore, mostrata più volte in modo assai evidente, implica la fisicità, il contatto fra corpi, come vediamo ad esempio nell’approcciarsi di Erika a Fritz (Filip Schnack) dormiente toccandone l’ombelico con un dito (uno dei tanti accenni alla sessualità presenti nel film) e anche il suo provare a camminare con la stampella di Fritz sulla propria gamba ripiegata, in pratica un rinforzo della pura percezione visiva della mutilazione. Questa fisicità esprime in modo molto efficace quanto il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty aveva intuito nel ‘900 e che fu in seguito confermato sperimentalmente a partire dagli anni ’90 con la scoperta dei neuroni-specchio da parte di Giacomo Rizzolatti e perfezionato dagli studi di Vittorio Gallese, entrambi neuroscienziati, in merito al coinvolgimento di tutto il corpo nella percezione del mondo che ci circonda. E non solo nella percezione del presente, ma anche nel ricordo del passato, vedi la sindrome dell'arto fantasma nel caso di Fritz, il corpo è la nostra guida.
sabato 7 marzo 2026
“Il filo del ricatto”, Gus van Sant (2025)
giovedì 26 febbraio 2026
“I due procuratori”, Serhij Loznycja (2025)
La scena iniziale del film, un grosso lucchetto che viene rumorosamente aperto per spalancare un cancello di ferro, è il riassunto del film stesso e di un’epoca, l’epoca del Terrore staliniano, in confronto al quale il Terrore della rivoluzione francese scompare. In quell’epoca infatti ogni russo viveva segregato in una gabbia virtuale, controllato a vista, nel dubbio continuo di dire una parola sbagliata che poteva renderlo preda di delazioni in base alle quali in pochi minuti si poteva venire inghiottiti in un carcere, spediti in un gulag o eliminati. Il tutto grazie alla potentissima polizia politica, la NKVD (Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, questo significa la sigla) che, ci dice il regista, tendeva ad incrementare gli arresti arbitrari proprio per dimostrare la propria importanza. E così nella prima parte del film ecco il giovane procuratore di Brjansk, Korneev (Aleksandr Kuznetzov), che viene condotto su e giù per interminabili scale e corridoi collegate da interminabili porte e cancelli chiusi rigorosamente a chiave da un numero spropositato di uomini in divisa di aspetto identico l’uno all’altro: grossi, indifferenti a tutto e con un cammino dondolante da scimmioni. Finalmente Korneev riesce ad ottenere ciò che voleva: parlare con un detenuto, Stepnjak (Aleksandr Filippenko) il cui biglietto di richiesta di un colloquio, vergato con il sangue, era fortunosamente scampato al falò degli analoghi biglietti degli altri detenuti. Stepnjak, ex professore universitario di legge e bolscevico della prima ora, chiede a Korneev di denunciare ciò che avviene nel carcere, le percosse e le torture subite per fargli confessare colpe mai commesse e per denunciare per falsi reati altre persone. Korneev, fedele al partito comunista di cui è membro, ritiene di trovarsi di fronte ad un terribile errore giudiziario e si incarica di portare la questione ai massimi livelli, vale a dire all’attenzione del potentissimo procuratore-capo Vyšinkij (Anatolij Belyj), realmente esistito, dal quale riesce a fatica a farsi ricevere a Mosca. Se il povero Korneev avesse potuto sapere che questi era conosciuto con il soprannome di “giudice-boia” forse non avrebbe compiuto questa mossa. In effetti Vyšinkiji apparentemente si prende cura del caso sottopostogli e fornisce a Korneev le istruzioni da seguire. In realtà è già pronta per Korneev la punizione per essersi opposto al Sistema: egli verrà infatti rinchiuso nello stesso carcere ove langue Stepnjak dal quale molto probabilmente non uscirà vivo.
sabato 14 febbraio 2026
"Hamnet", Chloé Zhao (2025)
domenica 1 febbraio 2026
“La Grazia”, Paolo Sorrentino (2025)
Mariano De Santis (Toni Servillo) è un presidente della Repubblica italiana di cui Sorrentino narra il semestre bianco, l’ultimo del mandato settennale. Lo affianca la figlia nubile Dolores (Anna Ferzetti), anch’essa, come il padre, giurista. Il rapporto fra i due, al di là dell’affetto, è spesso conflittuale: lei caratterizzata da idee chiare e voglia di fare, lui portato a prendere tempo, a temporeggiare per non decidere. Oltre alle abituali incombenze del suo incarico quali conferimento di onorificenze, colloqui con capi di stato e ambasciatori, ecc. De Santis deve affrontare nel suo semestre tre questioni spinose: due richieste di grazia per detenuti per omicidio del coniuge, Isa Rocca (Lina Messerklinger) il marito violento e Ugo Romani (Massimo Venturiello) la moglie ammalata di Alzheimer. La terza questione è rappresentata dalla firma di una legge volta a regolare l’eutanasia, argomento molto spinoso per De Santis, cattolico praticante ed ex DC.




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