Dentro l'Immagine
Un'immagine può essere apprezzata per le sue qualità puramente estetiche ("mi piace"), ma in essa esistono anche significati che possono non essere immediatamente colti, soprattutto in un mondo pieno di immagini come quello in cui viviamo. E' quindi necessario prendersi il tempo per entrare nell'immagine (in questo blog in particolare, ma non solo, cinematografica) alla ricerca di questi significati.
venerdì 20 marzo 2026
"Nouvelle Vague", Richard Linklater (2025)
venerdì 13 marzo 2026
"Il suono di una caduta", Mascha Schilinski (2025)
Quattro donne nell'arco di un secolo abitano una fattoria nel nord della Germania: ai primi del '900 Alma, (Hanna Heckt) una bimba di 7 anni, nel secondo dopoguerra Erika (Lea Drinda) e negli anni '80 Angelika (Lena Urzerdowski) entrambe alla fine dell'adolescenza, infine Lenka (Laeni Gaeseler) ai giorni nostri, fra fase prepuberale e adolescenza.
La narrazione riguarda la vita di queste donne ed in particolare il loro confrontarsi con le diverse difficoltà e traumi che le varie epoche presentano nei confronti del sesso femminile, ma anche con due eventi che appartengono a tutti gli esseri umani: i turbamenti sessuali dell'adolescenza, evidenti nel caso delle più grandi, e la morte. Morte che è una presenza costante nel film, morte per suicidio: una sorella di Alma per non andare a lavorare da serva, impiego che implicava la sterilizzazione e di conseguenza l’essere alla mercé di tutti gli uomini, per malattia: la madre dell’amica di Lenka per cancro, per annegamento nell’attraversare il fiume per sfuggire all violenza dei soldati russi nell'immediato secondo dopoguerra. E il suono della caduta sottolinea questi eventi. Il film è ricco (forse troppo) di altri simboli e metafore: il morso dell'anguilla (pericolo), l'onnipresenza dell'acqua (fonte di vita ma anche di morte), Lenka che indossa le ciabatte dell'amica di poco più grande (desiderio di lasciare l’infanzia per entrare nell'adolescenza), la distruzione a martellate della stufa (rimozione del ricordo), il calore cui si accenna in varie circostanze (simbolo di vita, contrapposto al freddo della morte). E proprio la percezione del calore, mostrata più volte in modo assai evidente, implica la fisicità, il contatto fra corpi, come vediamo ad esempio nell’approcciarsi di Erika a Fritz (Filip Schnack) dormiente toccandone l’ombelico con un dito (uno dei tanti accenni alla sessualità presenti nel film) e anche il suo provare a camminare con la stampella di Fritz sulla propria gamba ripiegata, in pratica un rinforzo della pura percezione visiva della mutilazione. Questa fisicità esprime in modo molto efficace quanto il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty aveva intuito nel ‘900 e che fu in seguito confermato sperimentalmente a partire dagli anni ’90 con la scoperta dei neuroni-specchio da parte di Giacomo Rizzolatti e perfezionato dagli studi di Vittorio Gallese, entrambi neuroscienziati, in merito al coinvolgimento di tutto il corpo nella percezione del mondo che ci circonda. E non solo nella percezione del presente, ma anche nel ricordo del passato, vedi la sindrome dell'arto fantasma nel caso di Fritz, il corpo è la nostra guida.
sabato 7 marzo 2026
“Il filo del ricatto”, Gus van Sant (2025)
giovedì 26 febbraio 2026
“I due procuratori”, Serhij Loznycja (2025)
La scena iniziale del film, un grosso lucchetto che viene rumorosamente aperto per spalancare un cancello di ferro, è il riassunto del film stesso e di un’epoca, l’epoca del Terrore staliniano, in confronto al quale il Terrore della rivoluzione francese scompare. In quell’epoca infatti ogni russo viveva segregato in una gabbia virtuale, controllato a vista, nel dubbio continuo di dire una parola sbagliata che poteva renderlo preda di delazioni in base alle quali in pochi minuti si poteva venire inghiottiti in un carcere, spediti in un gulag o eliminati. Il tutto grazie alla potentissima polizia politica, la NKVD (Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, questo significa la sigla) che, ci dice il regista, tendeva ad incrementare gli arresti arbitrari proprio per dimostrare la propria importanza. E così nella prima parte del film ecco il giovane procuratore di Brjansk, Korneev (Aleksandr Kuznetzov), che viene condotto su e giù per interminabili scale e corridoi collegate da interminabili porte e cancelli chiusi rigorosamente a chiave da un numero spropositato di uomini in divisa di aspetto identico l’uno all’altro: grossi, indifferenti a tutto e con un cammino dondolante da scimmioni. Finalmente Korneev riesce ad ottenere ciò che voleva: parlare con un detenuto, Stepnjak (Aleksandr Filippenko) il cui biglietto di richiesta di un colloquio, vergato con il sangue, era fortunosamente scampato al falò degli analoghi biglietti degli altri detenuti. Stepnjak, ex professore universitario di legge e bolscevico della prima ora, chiede a Korneev di denunciare ciò che avviene nel carcere, le percosse e le torture subite per fargli confessare colpe mai commesse e per denunciare per falsi reati altre persone. Korneev, fedele al partito comunista di cui è membro, ritiene di trovarsi di fronte ad un terribile errore giudiziario e si incarica di portare la questione ai massimi livelli, vale a dire all’attenzione del potentissimo procuratore-capo Vyšinkij (Anatolij Belyj), realmente esistito, dal quale riesce a fatica a farsi ricevere a Mosca. Se il povero Korneev avesse potuto sapere che questi era conosciuto con il soprannome di “giudice-boia” forse non avrebbe compiuto questa mossa. In effetti Vyšinkiji apparentemente si prende cura del caso sottopostogli e fornisce a Korneev le istruzioni da seguire. In realtà è già pronta per Korneev la punizione per essersi opposto al Sistema: egli verrà infatti rinchiuso nello stesso carcere ove langue Stepnjak dal quale molto probabilmente non uscirà vivo.
sabato 14 febbraio 2026
"Hamnet", Chloé Zhao (2025)
domenica 1 febbraio 2026
“La Grazia”, Paolo Sorrentino (2025)
Mariano De Santis (Toni Servillo) è un presidente della Repubblica italiana di cui Sorrentino narra il semestre bianco, l’ultimo del mandato settennale. Lo affianca la figlia nubile Dolores (Anna Ferzetti), anch’essa, come il padre, giurista. Il rapporto fra i due, al di là dell’affetto, è spesso conflittuale: lei caratterizzata da idee chiare e voglia di fare, lui portato a prendere tempo, a temporeggiare per non decidere. Oltre alle abituali incombenze del suo incarico quali conferimento di onorificenze, colloqui con capi di stato e ambasciatori, ecc. De Santis deve affrontare nel suo semestre tre questioni spinose: due richieste di grazia per detenuti per omicidio del coniuge, Isa Rocca (Lina Messerklinger) il marito violento e Ugo Romani (Massimo Venturiello) la moglie ammalata di Alzheimer. La terza questione è rappresentata dalla firma di una legge volta a regolare l’eutanasia, argomento molto spinoso per De Santis, cattolico praticante ed ex DC.
venerdì 30 gennaio 2026
"Sentimental Value”, Joachim Trier (2025)
Ma chi sono i protagonisti umani che dovranno affrontare il loro passato?
Gustav è un egocentrico anempatico e quindi del tutto indifferente ai sentimenti degli altri, altri che egli usa per rafforzare il suo narcisismo quando si mostra pateticamente galante con donne più giovani e per sfogare la rabbia quando caccia in malo modo l’intervistatore che poneva domande a lui sgradite.
Nora è emotivamente molto problematica, lo capiamo dalle scene iniziali in cui è colta da un attacco di panico al momento di entrare in scena a teatro e dal tentativo di suicidio di cui apprendiamo nel corso della narrazione. Il suo difficile rapporto con il padre, colpevole di aver abbandonato la famiglia, peggiora quando viene a sapere che il ruolo di protagonista del film, che ella aveva rifiutato nonostante egli affermi di averlo scritto per lei, viene affidato ad una stella nascente di Hollywood, Rachel (Elle Fanning). Ma a sua volta quest’ultima, resasi conto che il personaggio è effettivamente ritagliato su misura su Nora, pur con evidente rammarico rinuncia al ruolo.
Ed infine Agnes, sorella minore di Nora, sposata e madre del piccolo Erik (Øyvind Hesjedal Loven); è lei che mantiene il punto saldo cercando di tenere in equilibrio i rapporti famigliari. E perchè riesce a farlo? Perché lei è emotivamente stabile e caratterialmente adeguata. E questo lo deve, come emerge da un dialogo con Nora, proprio a lei, alla sorella maggiore che le aveva fatto da scudo emotivo in occasione sia del turbolento divorzio dei genitori che del difficile rapporto con la madre, lei che era stata più una madre che una sorella, emotivamente tormentata proprio a causa di questo triplo ruolo di figlia, sorella e madre che aveva dovuto svolgere da adolescente.
Alla fine la narrazione giunge alla resa dei conti con il passato. Per prima cosa la casa viene drasticamente modificata dipingendola di bianco all’esterno ed arredandola con mobili moderni, come a significare un colpo di spugna sul passato. Ma in questo meccanismo entra in giuoco anche il lavoro di Gustav. La parte che aveva ritagliato su Nora è infatti ispirata alle vicende di sua nonna Karin, partigiana, catturata dai nazisti e internata in un lager. Una volta liberata, dopo 15 anni si era suicidata impiccandosi in casa e questo evento aveva lasciato in Gustav, all’epoca un bimbo di sette anni, un segno. Avendo cambiato idea, Nora accetta la parte propostagli dal padre, il quale coinvolge anche il piccolo Erik nel film, mentre Agnes, nella sua veste di storica, indaga i documenti del passato. Il finale si svolge sul set del film, con Nora nella parte di Karin che dopo aver salutato Erik nella parte di suo figlio, si prepara al suicidio. E lo zoom out finale ci mostra tutta la famiglia, verosimilmente riconciliata da questa sorta di psicodramma cinematografico. Sì, perché Gustav e le figlie, dopo aver seppellito il passato rimodernando drasticamente la casa, riescono a rivivere il suicidio della nonna come spettatori su un set cinematografico invece che in casa il che permette loro di “spostare” l’evento fuori da sé neutralizzandone l’aspetto emotivo ed aiutandoli quindi a convivere con il ricordo.
Joachim Trier si inserisce con questa sua opera nella tradizione scandinava dell’indagine psicologica attraverso l’arte, sia essa il cinema di Bergman, la drammaturgia di Ibsen o la pittura di Munch offrendoci un’opera di cui, ce ne rendiamo conto dopo averla vista, sentivamo il bisogno.



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