mercoledì 29 luglio 2026

"Odissea", Christopher Nolan (2026)

 

Di fronte ad un'opera d'arte è spesso interessante chiedersi perché l'artista l'abbia creata. Nel caso di questo film la domanda va invece formulata diversamente: come avrebbe potuto l'artista non crearla? Se consideriamo infatti la filmografia di Christopher Nolan risulta evidente un tema comune che va oltre il suo interesse per gli enigmi spazio-temporali e cioè l'essere umano che affronta il proprio destino (o fato, se vogliamo sottolinearne l'ineluttabilità) appesantito dai demoni del suo passato. Eccone qualche esempio in ordine cronologico: Leonard Shelby (Memento, 2002), Bruce Wayne (Il cavaliere oscuro, 2008), Dom Cobb (Inception, 2010), Joseph Cooper (Interstellar, 2014), J. Robert Oppenheimer (Oppenheimer, 2023). Nolan non avrebbe potuto quindi evitare di dedicarsi alla figura di Odisseo che rappresenta il prototipo di tutti questi personaggi e in definitiva di tutti noi esseri umani, chiamati a vivere la nostra esistenza, come recita la "picciola orazione" che Dante fa pronunciare a Odisseo nel XXVI canto dell'Inferno: "Fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza”, in equilibrio fra l'esercizio della virtù e la conoscenza, sia del nostro passato che di quella cui aspiriamo nel futuro  
Prima di discutere di questo film sarebbe bene chiarire il campo da alcuni aspetti che sono stati puntigliosamente sollevati, per esempio che Elena non era di pelle nera o che Matt Damon non sembra un greco o ancora che le armature dei Lestrigoni riportano ai cavalieri medioevali. Qui è in giuoco il diritto di un artista, nell'ispirarsi per la sua creazione ad un'opera d'arte precedente, di "metterci del suo" altrimenti produrrebbe semplicemente una copia asettica. E comunque, da quanto leggiamo nel libro XIII dell'Odissea, quando Pallade Atena trasforma Ulisse appena giunto ad Itaca in un vecchio mendicante, gli incanutisce i "biondi capelli" che certo non rappresentano il prototipo del Greco antico che ci piace immaginare. 
Nolan pone l’accento sul dramma umano di Odisseo che riconosce sia i propri torti (l’inganno del cavallo di Troia che a maggior ragione gli brucia essendo egli abituato per lealtà ad avvertire durante la caccia la preda prima di scoccare la freccia) che il sopravvento, segnato dalla guerra di Troia con la metafora della decapitazione della statua di Atena durante la distruzione di quella città, di uno sconvolgimento nei rapporti umani che prelude alla fine della civiltà. Il ripetuto richiamo nel corso della narrazione all'arrivo degli "Uomini del mare”, popolazione di selvaggi guerrieri di cui si teme l’avvento, ne rappresenta un presagio. Ma gli Uomini del mare, si rende conto Odisseo, sono proprio loro, gli stessi Achei poiché non riconoscono più la legge di Zeus, la xenia, il vincolo sacro che implicava per i greci il rispetto dell’ospite. Ma tutto ciò non dovrebbe farci riflettere? Non ci rendiamo conto che gli "Uomini del mare” siamo anche noi stessi che dopo 80 anni dalla seconda guerra mondiale abbiamo ripreso guerre in cui nessuna regola di umanità è osservata? Non siamo forse noi che continuiamo a respingere lo straniero che bussa alle nostre porte per bisogno? Questa drammatica attualizzazione è ciò che valorizza il film e che lo rende un’opera importante, permettendo di sorvolare su punti discutibili, in primis il finale in stile happy ending, inventato di sana pianta (c’è un limite al "metterci del proprio”) che risulta del tutto fuori luogo ed altri ancora che sarebbe lungo elencare.

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