domenica 17 maggio 2026

“Resurrection”, Bi Gan (2025)



Un film sul cinema non è certo una novità, la novità risiede nel modo visionario con cui il tema è trattato, visionario in senso stretto perché in quest’opera le immagini sono preminenti su tutto il resto (in particolare sui dialoghi), come d’altro canto è giusto che sia quando si ha a che fare con il mezzo cinematografico.
La trama è semplicissima: in una società futura in cui per guadagnare l’immortalità bisogna rinunciare al sogno, e quindi al cinema, vi sono individui che non accettano questo baratto e che sono definiti “Deliranti”. La narrazione ci conduce lungo la traiettoria che il cinema ha percorso dalla sua nascita ad oggi, traiettoria condita da numerosi riferimenti, dai fratelli Lumiere a Murnau, Welles, Resnais, condotti per mano in questo viaggio dal Delirante (Jackson Yee) e da una misteriosa donna (Shu Qi) che cerca di capirne il funzionamento della mente.   
Un tema che il regista sottolinea a più riprese è la necessità di smaterializzarsi per fruire del sogno, in particolare cinematografico, come è piuttosto crudamente espresso sia nella sequenza del Delirante che inizia a sentire una splendida musica dopo essersi perforato il timpano con un punteruolo che nell'attenzione sull'occhio nella fase iniziale dedicata al cinema muto. Il corpo materiale è quindi solo il mezzo che ci permette la percezione, tutto il resto è sogno guidato dallo spirito. Ed è piuttosto interessante che la possibilità di sognare sia secondo il regista legata alla condizione mortale degli esseri umani. L’immortalità, dote divina, è infatti indissolubilmente legata all’immutabilità, come già diceva la mitologia greca. Bi Gan implica quindi che la mortalità degli esseri umani sia indissolubilmente legata alla loro capacità di mutare che è a sua volta indissolubilmente legata alla loro capacità di sognare, cioè di ideare in modo astratto, producendo mutamenti non correlati necessariamente al raziocinio.
E giungiamo al finale, la parte più enigmatica di un film forse volutamente troppo enigmatico. Il Delirante muore, ma rinasce trasfigurato nell’immagine che di lui abbiamo visto all’inizio del film. La scena passa poi in una sala cinematografica piuttosto datata, identica a quella in cui il film era iniziato. Mentre all’inizio gli spettatori erano stati messi in fuga dall’arrivo della polizia, alla fine, raffigurati come esseri spettrali, scompaiono tutti gradualmente dissolvendosi, mentre sullo schermo compaiono The End ed il nome del regista. Cosa ha voluto dirci Bi Gan con queste immagini? Che il cinema, come l’Araba Fenice, risorge ogni volta (v. il titolo) dalle sue ceneri? È verosimile, ma che dire del dissolvimento degli spettatori? È forse una metafora di nuove modalità di fruizione del mezzo cinematografico che nullificano il ruolo delle vecchie sale? Molti punti interrogativi con cui si può o meno concordare in piena libertà, come deve essere per ogni opera d’arte.

 

venerdì 1 maggio 2026

"Il caso 137", Dominik Moll (2025)

Stéphanie (Léa Drucker) è un dirigente dell'IGPN, il dipartimento della polizia francese che indaga in merito ad eventuali comportamenti illeciti da parte di agenti della forza pubblica. Nel dicembre del 2018 le viene affidato il caso 137, riguardante il ferimento di un giovane manifestante, Guillaume (Côme Péronnet), durante una manifestazione di protesta dei "Gilet gialli", verificatosi, secondo la testimonianza di un suo amico, ad opera di agenti in borghese. Va aggiunto che Guillaume si era unito alla manifestazione quasi nello spirito di una gita di piacere a Parigi insieme alla famiglia e quindi era tutt'altro che un rivoluzionario. 
La narrazione mette in evidenza un problema di difficile soluzione, se sia cioè possibile mantenere un equilibrio di giudizio fra la tutela di una vittima che tutto farebbe pensare innocente e la protezione del corpo di polizia, spesso accusato per definizione di violenza in assenza di  prove certe.
L'indagine di Stéphanie risulta piuttosto complessa per le reticenze sia dei poliziotti che dei testimoni, ma soprattutto di una testimone, Alicia (Guslagie Malanda), che ha avuto l'occasione di girare un video del ferimento di Guillaume e che oppone inizialmente molta resistenza a concederlo per l'uso nelle indagini temendo ritorsioni. Ma Stéphanie è piuttosto testarda e riuscirà ad ottenere questo video che fornisce una prova solo apparentemente inoppugnabile dell'avvenuto. Infatti due poliziotti hanno sparato contemporaneamente ed è impossibile capire quale dei due sia responsabile del ferimento; Guillaume inoltre si gira indietro nel fuggire dai poliziotti i quali sostengono che lo avesse fatto per lanciare loro un oggetto offensivo. Giustificano inoltre l'aver dato un calcio al ragazzo già a terra sostenendo che sembrava voler estrarre qualcosa di tasca. Mille complicazioni insomma per un caso apparentemente risolvibile con un video e questo è un caveat da tenere ben presente quando si esprimono giudizi sui video virali che girano su Internet. 
E alla fine prevarrà la ragion di stato, basata su una motivazione discutibile: Stéphanie non poteva essere obiettiva perché originaria dello stesso paese di Guillaume, la sua indagine è quindi priva di valore. Ne conseguono nessuna responsabilità per la polizia e nessun indennizzo per Guillaume che riporterà danni permanenti della funzione cerebrale.
Il cuore del regista batte evidentemente per la vittima e nel guardare il film è difficile non provare rabbia per le reticenze della polizia, ma non va dimenticato che le cose non sono mai semplici soprattutto in presenta di rapporti amicali o famigliari, come abbiamo visto in un altro bel film del 2021, "Il Legionario" di Hleb Papou, come non va dimenticato che l'interpretazione del rapporto fra manifestanti e polizia come equivalente al rapporto fra proletari e potere, è fallace, come chiaramente affermato già negli anni '60 da Pier Paolo Pasolini.