sabato 21 settembre 2019

“C’era una volta a...Hollywood”, Quentin Tarantino (2019)

Due tematiche percorrono il nono film di Tarantino, rincorrendosi ed embricandosi nel corso della narrazione. Una è l’amore del regista per il cinema, in particolare per il cinema della sua infanzia e gioventù, amore che appare con evidenza in molte delle sue opere, e l’altra, più inquietante, il rapporto fra cinema e realtà. Per la precisione dovremmo però parlare non solo di cinema ma di "immagine filmica”, così da comprendere il mezzo televisivo, inteso come braccio domestico dell’industria cinematografica.
La passione tarantiniana per l’immagine filmica si riflette in parecchi aspetti dell'opera, a partire dal titolo che richiama, con i rispettosi tre puntini di sospensione, i film di Sergio Leone. Vi è poi la riproduzione estremamente dettagliata della Hollywood degli anni 60, filmata con una cura maniacale, quasi affettuosa, per ogni dettaglio tanto immergere efficacemente lo spettatore nella narrazione. E poi non manca il ricorso a tecniche storicamente utilizzate per influenzare la psiche dello spettatore infondendogli un senso di insicurezza come le inquadrature oblique, care al cinema  espressionista tedesco, o la violazione della "regola dei 180°”, regola che prevede che in un dialogo la macchina da presa stia sempre dalla stessa parte di una linea immaginaria tracciata da un attore all’altro; nella realtà chi assiste a un dialogo non salta infatti da una parte all’altra di questa linea ideale. E lo stupore giunge al culmine nel finale in cui, dopo la accurata descrizione dei fatti storici che caratterizza tutta la narrazione, Tarantino li manipola a sorpresa stravolgendo ogni aspettativa dello spettatore.
Per quanto riguarda il secondo tema, Tarantino in primo luogo sembra confermarci quella che può apparire come una ovvietà: i film non riflettono la realtà. Basti pensare alla coppia Rick Dalton (Leonardo DiCaprio)-Cliff Booth (Brad Pitt): il primo un attore smargiasso ed aggressivo nella finzione filmica, ma fragile ed insicuro nella vita reale ed il secondo il suo contrario: una controfigura di basso profilo nei film, ma capace di muoversi con sicurezza sempre ed ovunque nella vita. Ma qui sorge un dubbio: e se l’immagine filmica fosse invece la realtà? Se il film fosse un mezzo per togliere il velo di Maya che si frappone fra la Verità e la Vita, intesa quest’ultima come una illusione, essa stessa lo spettacolo? Non si tratta di una speculazione puramente filosofica, oltre a Schopenhauer l’hanno sviluppata infatti le sorelle Wachowski in “Matrix” (1999), per restare nell’ambito cinematografico. E questa tesi può essere avvalorata dal cambio di registro di Rick che alla fine del film si difende dall'aggressione con decisione inaspettata utilizzando proprio le armi letali dei suoi personaggi; potrebbe essere forse questo il suo vero carattere? C’è però una spiegazione alternativa e cioè che Rick abbia appreso il comportamento da tenere nella vita proprio dall’esperienza filmica e questo è l’aspetto inquietante. Se ciò infatti è vero, allora si comprende la discussione fra i seguaci di Charles Manson che, nel recarsi a Bel Air per compiervi la strage, si giustificano accusando l’industria cinematografica di aver condizionato con l’ostentazione ossessiva della violenza nei film il comportamento della società. Paradossalmente sembrano non rendersi conto che questa strage che essi concepiscono come una vendetta nei confronti del mondo del cinema non fa altro che assecondare questo condizionamento.

lunedì 9 settembre 2019

“Martin Eden”, Pietro Marcello (2019)

Pietro Marcello inizia il suo bel film con le immagini di un comizio tenuto dall’anarchico Errico Malatesta a Savona il 1° maggio del 1920 e lo chiude ai giorni nostri con l’immagine di un gruppo di immigrati che consumano il loro pasto attorno ad un falò sulla spiaggia. Questo secolo è l’arco temporale in cui è racchiusa la vicenda di Martin Eden, liberamente tratta  dall'omonimo romanzo di Jack London (1909). Questa precisazione cronologica è importante perché l’interesse principale del regista è mettere a fuoco l’impossibilità per un personaggio come Martin (Luca Marinelli) di vivere inquadrato nel suo tempo. Egli è infatti un irregolare, un outlier, termine che in gergo statistico indica i dati che escono dagli estremi della media. Lo vediamo in particolare nel suo modo di vivere la politica: è convinto che le classi colte e ricche debbano adoperarsi per migliorare le condizioni dei poveri poiché è al loro lavoro che esse devono la loro cultura ed il loro benessere, ma al contempo rifiuta il ruolo del sindacato poiché ritiene che esso azzeri l’individuo diventando sostanzialmente per il lavoratore un altro padrone. Questa sua visione, in gran parte legata allo studio della dottrina di Herbert Spencer, lo porta a scontrarsi sia con la famiglia altolocata della sua amata Elena (Jessica Cressy), che con i lavoratori, acerrimi nemici di una visione individualista della vita in accordo con il pensiero marxista. D’altro canto Martin non può non credere nelle virtù dell’individuo, egli è un self-made man, un giovane marinaio che dedica tutto il tempo libero, e nonostante la dura opposizione del cognato, a studiare, a leggere, a scrivere per emanciparsi dalla condizione di incolto lavoratore manuale e mettersi socialmente alla pari con Elena, condizione questa  necessaria per coronare il loro sogno d’amore. E paradossalmente saranno appunto le idee che Martin acquisirà grazie allo studio a portarlo su posizioni politicamente incompatibili con la famiglia di Elena, come detto in precedenza, e di conseguenza alla loro separazione.
Alla formazione di Marcello contribuiscono oltre ad Elena due figure importanti: Maria (Carmen Pommella), la vedova che lo accoglie nella sua casa insieme ai suoi bambini e che rappresenta per Martin una figura a metà fra madre ed amica che con la sua semplice visione della vita fa da contraltare ai suoi sogni di gloria e ancora Russ Brissenden (Carlo Cecchi), enigmatico scrittore e mentore di Martin cui egli si affeziona come ad un padre. E proprio Russ si adopera per dissuadere (inutilmente) Martin dal perseguire la carriera di scrittore che a suo parere non gli porterà nulla di buono.
Resta da sottolineare l'originale struttura del film, caratterizzata da salti temporali apparentemente stranianti, ma che mantengono viva l’attenzione dello spettatore e da brevi sequenze inserite in modo inatteso, utili di volta in volta a rendere i pensieri di Martin, sia metaforicamente (ad esempio il veliero che affonda come espressione di una delusione sofferta) che sotto forma di memoria (ad esempio quando, ragazzino, balla con la sorella), e a ricordare l'ambiente (il mare ed il porto con i lavoratori, la campagna, gli animali) in cui si svolge la storia, come per ancorare lo spettatore alla realtà materiale della vita che fa da sfondo alle vicende umane. E proprio il mare, testimone degli esordi di Martin marinaio nella sua Napoli, ospiterà l’ultima sua sfida: una nuotata imperiosa lungo la scia luminosa del sole calante per affrontare, con la ferrea volontà che abbiamo imparato a conoscere, il tramonto.

venerdì 6 settembre 2019

“Il Re Leone”, Jon Favreau (2019)

Questa nuova versione della storia di Simba presenta, rispetto alla precedente del 1994, differenze solo tecnologiche. In questo caso infatti è stata utilizzata la Computer-generated Imagery che permette di ottenere immagini incredibilmente indistinguibili da quelle reali. La trama è invece in pratica la stessa, ma presenta comunque spunti che meritano una analisi.
In primo luogo vanno sottolineate le analogie con l’Amleto di Shakespeare: il giovane Amleto e Simba, il vecchio Amleto e Mufasa, Claudio, zio di Amleto, e Scar. Tutto scorre sugli stessi binari: lo zio del protagonista uccide a tradimento il fratello, ad insaputa del nipote, per prendere il potere. La lotta per il trono della Terra del Branco si svolge quindi secondo gli stessi schemi di quella per il trono di Danimarca. Vi è però una differenza: mentre Gertrude, madre del giovane Amleto, si piega al volere di Claudio e lo sposa dopo l’uccisione del marito, Sarabi, madre di Simba, orgogliosamente si sottrae ai voleri di Scar e lo rifiuta come suo sposo. Quale è il motivo di questa difformità? Probabilmente mentre Shakespeare poteva permettersi nel 1600 di scrivere una tragedia basata in pratica solo su ruoli maschili, ai giorni nostri questo potrebbe sembrare non del tutto corretto e allora ecco spiegato sia l’accento sull’orgoglio di Sarabi che il rilievo dato ad un'altra figura femminile: Nala, futura sposa di Simba. In primo luogo essa batte sempre Simba nella lotta, fin da quando erano cuccioli, e in secondo luogo è suo il compito centrale di andare a scovare Simba nel suo ozioso esilio dorato per spingerlo ad agire e riprendere il trono usurpato da Scar. E ancora, sempre a proposito di Scar, chi ci può ricordare questo leone di brutto aspetto e talmente malvagio da arrivare a chiedere la mano (o la zampa) della vedova della sua vittima a cadavere ancora caldo? Ancora una volta ci viene al mente Shakespeare: è il suo Riccardo III, deforme nel fisico e malvagio nell’animo, che si rispecchia alla perfezione nella figura di Scar.
Un secondo punto di riflessione riguarda i numerosi archetipi, cioè figure e situazioni innate nella mente umana, di cui la trama del film è costellata. Lo stesso Simba ne rappresenta tre in sequenza: dapprima l’Orfano, poi l’Uomo comune privo di qualità e ideali, ed alla fine l’Eroe che porta a compimento la sua missione. In questo compito è aiutato dal Saggio, il mandrillo Rafiki, e dalla Grande Madre, nella persona di Nala, mentre possiamo vedere la Madre Terribile in Shenzi, leader delle iene. E non manca, per sdrammatizzare, il Buffone, impersonato dalla mangusta Timon insieme al facocero Pumbaa. La presenza di archetipi caratterizza in modo particolare le narrazioni mitiche e le favole: “Il Re Leone” è una favola e deve quindi avere una finalità educativa. In questo senso il messaggio è rappresentato dal senso di responsabilità, dal sentire cioè la necessità di portare a compimento il proprio dovere costi quel che costi, rinnegando in altre parole il mantra di Timon e Pumbaa hakuna matata cioè “senza pensieri” per seguire il consiglio di Nala e riconquistare il proprio legittimo posto, usurpato da Scar.

giovedì 15 agosto 2019

“Tesnota”, Kantemir Balagov (2017)

“Tesnota” è un film non facile, ma importante per l’analisi e la descrizione degli aspetti emozionali che condizionano le relazioni fra i personaggi. Per apprezzare questa qualità è necessario però avere la capacità (e la volontà) di identificarsi empaticamente con i soggetti che animano lo schermo.
La trama è semplice: nel 1998, alla periferia di Nalchik, città industriale del Caucaso settentrionale, viene rapita una coppia di fidanzati ebrei. La storia della ricerca del denaro per pagare il riscatto si embrica con le dinamiche interpersonali vigenti all'interno delle famiglie, della comunità e della società il che richiama appunto il titolo del film che significa in russo “vicinanza”. L’analisi del regista esordiente Kantemir Balagov, allievo di Sokurov, richiama i primi studi di sociologia come ad esempio “Comunità e Società" di Ferdinand Tonnies (1887). Questi però distingueva i rapporti nella comunità, dettati dai “caldi impulsi del cuore”, da quelli della società “che procede dal freddo intelletto”. In Balagov invece la comunità non è unita dal cuore, basta pensare alla scena nella sinagoga quando il rabbino cerca di raccogliere fondi per il riscatto: è tutto un chiamarsi fuori con le scuse più varie. E i rapporti nella società non sono da meno: Ila (Darya Zovnar), sorella del giovane rapito, è legata ad un giovane musulmano, Zalim (Nazir Zhukov), e questo legame è fortemente avversato dai genitori che non accettano un elemento che sì vive nella loro stessa società ma non rientra nei loro schemi culturali e tradizionali. La vicinanza, sia nella comunità che nella società, sembra non essere di aiuto alla convivenza. Rimane la famiglia, ma anche qui non mancano i problemi. In quella di Ila, come già detto, esplodono contrasti per il suo legame con il giovane musulmano, ma i rapporti sono comunque difficili: Ila è indipendente e ribelle, non accetta le regole tradizionali della famiglia ed è in costante rivolta nei confronti dei genitori, in particolare della madre Adina, (Olga Dragunova, da ricordare per una gamma di espressioni del viso che quasi rende inutile il parlato). Ila arriva a perdere di sua iniziativa la verginità con Zalim allo scopo di non sposare il giovane che la famiglia ha scelto per lei. La vicinanza non è quindi garanzia di facile convivenza, anzi può essere catalizzatrice di incomprensioni e drammi anche e soprattutto nell’ambito famigliare. E questo non deve per forza stupire, è normale che i figli possano non accettare le regole dei genitori poiché essi sono rivolti al futuro mentre i genitori vivono nel presente e nel ricordo del passato. Questo è il significato della bella immagine finale del film, ripresa nel poster, in cui Adina cerca di trattenere fra le braccia Ila che invece guarda decisa in avanti; il tutto nei caldi toni del giallo ocra e del blu che richiamano il vestito che all’inizio del film Adina impone alla figlia, ultima imposizione che essa accetterà dalla madre.

venerdì 28 giugno 2019

Venezia dal Lido al tramonto, Nicolò Miana (2019)

Parliamo oggi di questa fotografia, vista su Facebook e che mi ha subito catturato.
Passata la fase emozionale dell’apprezzamento estetico mi sono soffermato a valutarla nei suoi significati e ritengo che vi siano spunti interessanti di cui parlare.
Vi sono innanzitutto due richiami importanti alla pittura: uno risale al 400 ed è il riferimento di Leon Battista Alberti ai contorni dell’immagine che egli reputa formino "una finestra aperta sul mondo  per donde io miri quello che quivi sarà dipinto". E in effetti il contorno fronzuto di questa foto sembra quasi forzare l’occhio a concentrare l’attenzione dell’osservatore sul contenuto dell’immagine stessa.
E in secondo luogo il ponte, che rappresenta un intelligente artificio per separare la metà inferiore, prossima all’osservatore, da quella superiore, da apprezzare in lontananza; ma non solo: trovo molto difficile nel guardarlo non pensare al ponte giapponese del giardino di Giverny, più volte dipinto da Claude Monet (v. sotto), che anche in questo caso divide il quadro nelle due metà superiore ed inferiore facilitandone l’apprezzamento.

Oltre a questi riferimenti stilistici vi sono in questa fotografia significati profondi.
Ad esempio il richiamo alla natura, attraverso la vegetazione rappresentata dai rami degli alberi di colore scuro ed omogeneo cui fanno da contrasto gli oleandri bianchi e rossi sulla sinistra. E attraverso l’acqua, fonte di vita per il mondo vegetale ed animale, che domina la foto occupandone le due metà. Vediamo poi due piccole barche ed una bicicletta appoggiata all’albero che ci insegnano a muoverci nel nostro mondo cercando di ridurre al minimo l’impatto sulla natura, e questo proprio all’indomani dell’episodio della grande nave fuori controllo proprio a Venezia, protagonista di una strage sfiorata, proprio il contrario di come si dovrebbe vivere nel rispetto dell’ambiente. Venezia appunto, che vediamo sullo sfondo a rappresentare la memoria del passato, di un passato fragile che si deve rispettare perché sia sempre fonte di comprensione del presente e di ispirazione per il futuro, come ci ricorda Søren Kierkegaard: "La vita va interpretata guardando all’indietro e vissuta guardando in avanti". Ed ecco anche il presente, rappresentato dalla ragazza ferma in bicicletta che consulta il suo smartphone e che ci riporta ai giorni nostri. Forse, situata in questo contesto, ci vuol dire che sì, può essere possibile far convivere armoniosamente passato e presente e anche Psiche e Techne, per dirla con Umberto Galimberti. Conditio sine qua non è però di non trascurare passato e Psiche abbandonandosi per pigrizia alle comodità ed alle facilità offerte da presente e Techne.

sabato 1 giugno 2019

“Dolor y Gloria”, Pedro Almodóvar (2019)

Il Dolore e la Gloria del protagonista del film, il regista Salvador Mallo (Asier Flores da bambino e Antonio Banderas da adulto), sono racchiusi nella locandina, una sorta di patchwork che raffigura le persone e gli eventi che hanno contribuito a plasmare la sua vita e la sua identità. Ma il problema è che Salvador ricorda sì, ma evita di riallacciare i contatti con il periodo della sua giovinezza e maturità, forse perché ripiegato su se stesso dalla decadenza fisica e psichica che lo attanaglia e gli impedisce di dedicarsi al suo lavoro. Qualcosa scatta però in lui in occasione della proiezione in versione rimasterizzata presso un cineforum del suo primo film “Sabor”, qualcosa che lo spinge ad incontrare il passato, nella persona di Alberto (Asier Exteandia), attore protagonista del film, con cui non parlava dall’uscita dell'opera 32 anni prima, dopo un furioso litigio: Salvador aveva allora ritenuto che Alberto non avesse recitato in modo adeguato al suo ruolo. Sabor cioè gusto, il gusto della vita che permeava la giovinezza di Salvador e che adesso egli ha totalmente perso. E dopo l’incontro con Alberto il passato continua a far breccia nella corazza che Salvador si è costruito; adesso è la volta di Federico (Leonardo Sbaraglia), suo ex-amante, con il quale ritrova il sorriso nel ricordo dei tempi del loro amore e la spiegazione della brusca fine del loro rapporto. Ma il punto di svolta che rappresenta per Salvador la riscoperta della gioia del passato, e quindi anche della gioia del presente, è costituito dal casuale ritrovamento di un acquerello che lo ritrae bambino mentre legge un libro, un acquerello dipinto dal giovane imbianchino Eduardo (César Vicente). Il giorno in cui l’acquerello fu dipinto rappresentò per Salvador ragazzino la scoperta dell'orientamento sessuale, proprio alla vista di Eduardo che si lavava.  E’un momento importante, metaforizzato dall’immagine della luce e del calore che irrompono nella buia casa semi-sotterranea dove viveva Salvador con la madre Jacinta (Penélope Cruz da giovane e Julieta Serrano da anziana). La madre appunto, con la quale Salvador intrattiene un rapporto tenero ed intimo fino alla morte di lei, sempre mantenendo i toni del dialogo fra mamma e bambino, tanto che il non essere riuscito ad esaudirne l’ultimo desiderio, e cioè morire nel suo paese, è vissuto da Salvador più che con angoscia con un sorriso, come se si fosse trattato della marachella di un bambino.
Alla fine della vicenda Salvador è riuscito a chiudere i conti con il passato ritrovando la serenità e con essa la voglia di lavorare; mette quindi mano a un nuovo film, “El Primer Deseo”, nel ricordo forse del primo desiderio da lui provato per Eduardo. La prima scena di questo film, in cui vediamo Salvador bambino con la giovane Jacinta, è spiazzante, tanto da far quasi pensare che tutti i flashback dell’infanzia che Almodóvar ci ha mostrato fossero in realtà spezzoni di questo nuovo film (Jacinta in effetti da giovane ha gli occhi scuri di Penélope Cruz e da anziana quelli grigio-chiaro di Julieta Serrano) in una commistione di vita ed arte che ricorda l’aforisma di Friedrich Hölderlin: ”Impara l’arte dalla vita e la vita dalle opere d’arte".

sabato 4 maggio 2019

“La Caduta dell'impero americano”, Denys Arcand (2018)

Jean-Paul (Alexandre Landry) e Linda (Florence Longpré), sono insoddisfatti della loro posizione socio-economica, ma manifestano questa insoddisfazione in modo diverso. Il primo, laureato in filosofia ma costretto a guadagnarsi da vivere facendo consegne a domicilio, nutre rancore per questo verso la società: ritiene infatti ingiusto che un uomo della sua intelligenza (e qui si dovrebbe discutere però su cosa significhi intelligenza) non possa posizionarsi più in alto nella scala economico-sociale. La seconda invece, impiegata di banca e madre single, si adagia tristemente nella sua condizione senza porsi domande o avanzare rivendicazioni. La crisi si verifica poco dopo, quando Jean-Paul assiste a una rapina e decide di appropriarsi della refurtiva, rimasta sulla strada dopo la morte di due rapinatori ed il ferimento di un terzo, senza sapere sul momento che si tratta di soldi di proprietà della malavita locale. L’appropriazione di quel denaro rappresenta la lacerazione dell’etica di cui il Nostro ama parlare, in particolare dell’etica dei principi che Jean-Paul abitualmente coltiva dedicando il suo tempo libero al volontariato in aiuto dei clochard. In altri termini: se è facile parlare in astratto seduti al ristorante con Linda, non lo è altrettanto agire di conseguenza se si è tentati. Il desiderio di riscatto economico-sociale porta quindi il nostro Jean-Paul ad infrangere i suoi principi e a mettere a frutto il denaro non suo grazie a tecniche finanziarie al limite della legalità, da vero pescecane del capitalismo. In questo gli vengono in aiuto Sylvain Bigras (Rémy Girard) e Wilbrod Taschereau (Pierre Curzi), entrambi a loro agio nel mondo del denaro, l’uno nella veste di malavitoso  dedito allo studio dell'economia aziendale e l’altro titolare di uno studio finanziario ed esperto in manovre di economia spericolata. Ma il mondo non è fatto solo di freddo ragionamento e di denaro, esistono anche sentimenti, emozioni, irrazionalità. E a questo proposito entra in scena la bellissima Camille (Maripier Morin), Aspasia in arte, prostituta di alto livello di cui Jean-Paul si innamora follemente. E Camille, abbandonata dal padre da bambina, cresciuta in condizioni economiche precarie, sposata con un uomo più anziano di lei di 25 anni (era evidentemente alla ricerca della figura paterna) e poi da lui divorziata, ricambia il suo amore, gli presta denaro, corre pericoli per aiutarlo nella sua impresa finanziaria. E che dire, sempre a proposito di irrazionalità, del malavitoso Vladimir François (Eddy King), organizzatore occulto della rapina, che affida la sua vita non a un esercito di guardie del corpo ma ad un talismano, seguendo a sua insaputa l’Amor Fati di Marc’Aurelio, citato da Jean-Paul; ma il Fato, deciso dagli Dei, non è modificabile e infatti il povero Vladimir esce in breve di scena per mano di un sicario.
In conclusione, possiamo forse dire senza filosofeggiare che l’occasione fa l’uomo ladro e che ciò vale per chiunque? Forse, ma Arcand ci insinua un dubbio, facendo sfilare prima dei titoli di coda i volti di alcuni clochard, in particolare Inuit. Volti seri, dignitosi, che sembrano volerci dire “Io non lo farei mai”. Non possiamo però esserne sicuri: in un mondo in cui spregiudicatezza e mancanza di scrupoli sono il lasciapassare per raggiungere l’apice della piramide è difficile per chiunque, di fronte a un’opportunità presentataci inopinatamente dal Fato, girare la testa dall’altra parte. Jean-Paul docet.