venerdì 17 gennaio 2020

"La ragazza d’autunno”, Kantemir Balagov (2019)


Parafrasando l’incipit del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels (1848) potremmo dire che uno spettro si aggira per il film di Kantemir Balagov e non si tratta del comunismo ma della guerra. Lo spettatore non lo vede in azione, ma ne coglie dolorosamente le terribili conseguenze sulla vita dei sopravvissuti nella semidistrutta Leningrado del 1945.
Fin dall’inizio facciamo la conoscenza di Iya (Viktorija Mirošničenko), una giovane donna altissima, timida e sgraziata (molto opportunamente il titolo originale “Dylda" significa appunto in russo "persona alta e goffa") soprannominata “Giraffa”, che il regista riprende in preda ad uno degli accessi di rigidità e sospensione della coscienza che occasionalmente le causano una sorta di paralisi transitoria; si tratta probabilmente di una manifestazione correlata a un disturbo da stress post-traumatico. Iya è il personaggio chiave del film: in modo indipendente dalla sua volontà ella, non a caso infermiera, si trova infatti a donare la vita e la morte, i due aspetti principali che Balagov mette a fuoco nel suo film. Vita e morte, l’alfa e l’omega del genere umano, sono quotidianamente in giuoco in questa Leningrado spettrale. Seguendo lo snodarsi della vicenda vediamo Iya soffocare involontariamente nel corso di uno dei suoi accessi il piccolo Paška (Timofey Glazkov), figlio dell’amica Maša (Vasilisa Perelygina). E Maša, che era  divenuta sterile per le ferite riportate in guerra, impone ad Iya come ricompensa di farsi ingravidare per donarle un altro figlio, quindi una vita in cambio di una morte. E ancora la vediamo seguire senza il coraggio di ribellarsi le istruzioni del primario del reparto in cui lavora, il dott. Nikolaj Ivanovič (Andrej Bikov), somministrando una iniezione letale al povero Stepan (Konstantin Balakirev), tetraplegico a causa delle ferite riportate in guerra, che aveva fatto espressa richiesta dell’eutanasia per non pesare sulla moglie e sui figli. Il colloquio fra Stepan, sua moglie (Alyona Kučkova) e il primario, è una delle scene più toccanti del film. In particolare l’espressione della moglie di Stepan che guarda il primario con occhi vacui e fissi ricorda molto da vicino quella della vedova di guerra ritratta da Archimede Bresciani nel quadro “Attendendo l’Eroe” (1920).
Stepan e la moglie a colloquio con il primario
Attendendo l’Eroe 
Queste figure femminili richiamano alla memoria Andromaca, il prototipo della donna privata di tutto, dell’affetto del marito e del suo sostegno economico, consapevolmente rassegnata al destino di affrontare una vita difficile per far crescere in povertà e da sola le sue creature. Tutto ciò grazie allo spettro orrendo della guerra che i politici cercano nel film (e nella vita reale) di esorcizzare visitando in ospedale i soldati feriti e definendoli eroi (ma uno di essi reagisce con un applauso ironico). Mostrandone le conseguenze, Balagov ci mette in guardia contro questo spettro che si aggira purtroppo non solo nel suo film ma per il mondo intero.

giovedì 12 dicembre 2019

“Un giorno di pioggia a New York”, Woody Allen (2019)

Woody Allen torna con questo film a Manhattan, suo vecchio amore, che ci fa ammirare questa volta in una versione patinata, turistica, diversa da quella ben più autentica che ci aveva mostrato giusto quarant’anni fa in “Manhattan”. E proprio come allora, anche qui si dedica allo studio dei rapporti amorosi. Non si tratta però di una "commedia romantica", come è stato definito questo film: in una commedia romantica infatti l’amore dovrebbe trionfare sempre e non sembra proprio che ciò avvenga in questa storia. Prendiamo in esame le coppie che Allen ci presenta: Ashleigh (Elle Fanning) e Gatsby (Timothée Chalamet) si separano per volere di lui alla fine del film, la stessa Ashleigh aveva iniziato con Diego (Francisco Vega), fascinoso attore di film di serie B, una relazione basata su una infatuazione reciproca destinata a disfarsi in un battibaleno, la risata stridula di Lily (Annaleigh Ashford) è sufficiente a far andare in crisi il suo rapporto con Hunter (Will Rogers) ed infine fra Connie (Rebecca Hall) e Ted (Jude Law) l’unica cosa che abbonda sono le corna reciproche. E’ vero, l’ultima coppia che incontriamo in ordine di tempo, quella fra Gatsby e Chan (Serena Gomez), sembra promettere bene: analizziamo quindi come si viene formando. In origine Gatsby era attirato da Ashleigh perché la vedeva lontana dall’ambiente dei VIP di Manhattan di cui fanno parte sia i suoi genitori che quelli di Chan, un ambiente che egli disprezza ritenendolo basato solo su denaro, apparenze, convenzioni. Ma ben presto egli si rende conto di quanto Ashleigh sia in realtà superficiale, costruita ed anche un po’ ignorante, insomma una Barbie in carne ed ossa, adatta tutt’al più a partecipare e vincere il concorso di Miss Simpatia a Tucson, Arizona. Allo stesso tempo egli si rende conto di quanto fresca e spontanea sia Chan, nonostante i suoi genitori abbiano casa agli East Hampton e sulla Quinta Avenue. E a vedere oltre le apparenze Gatsby è aiutato anche dal coming out della madre (Cherry Jones) che coraggiosamente gli rivela di essere stata in gioventù una prostituta. Dal passato della madre egli capisce infatti che tutto ciò che essa faceva per lui e che egli trovava fastidioso, dal cercargli le ragazze “giuste”, a spingerlo a frequentare ambienti colti e socialmente elevati, non era dovuto al culto delle apparenze, ma semplicemente al sacrosanto desiderio di evitare che egli potesse cadere in ambienti analoghi a quello da cui ella proveniva.
Una volta scartato l’amore, quale può essere il vero protagonista di questo film? Il caso sembra essere un ottimo candidato, proprio come nel precedente film di Allen del 2005, “Match point”: tutto ciò che avviene nel corso di queste 36 ore a New York è infatti dominato dal caso. Tutti i piani di Gatsby ed Ashleigh vanno all’aria, tranne il giro in carrozza a Central Park che avrà però come esito inatteso la crisi della coppia. Inoltre Gatsby incontra Chan per caso, mentre andava a salutare un amico e Ashleigh fugge seminuda dalla casa di Diego a causa del ritorno inaspettato di sua moglie, Ted infine scopre che Connie lo tradisce perché la vede per caso entrare in casa dell’amante.  Insomma, Allen sembra volerci dire di non pianificare troppo la vita perché il caso è sempre pronto a metterci lo zampino e a rimescolare le cose a suo piacimento, proprio come si mescolano le carte da poker, giuoco grazie al quale Gatsby guadagna senza alcun merito ingenti somme di denaro.

mercoledì 4 dicembre 2019

"La belle époque”, Nicolas Bedos (2019)

Poter rivivere un periodo della nostra vita che ci ha reso felici, la nostra Belle époque appunto, è cosa che molti hanno probabilmente pensato o desiderato. Non è in effetti un caso se il viaggio nel tempo ha ispirato l’immaginazione di molti scrittori e registi. Ma c’è un modo alternativo, realizzabile e molto originale, di rivivere gli eventi e di questo ci parla Bedos nel suo bel film, basta utilizzare attori e sceneggiatori come su un set cinematografico. E questa è la possibilità che viene offerta al settantenne Victor (Daniel Auteuil) grazie ad Antoine (Guillaume Canet), un amico di suo figlio Maxime (Michaël Cohen), la cui attività consiste appunto nel ricreare con scenografie estremamente dettagliate momenti del passato in cui i suoi clienti possono immergersi. A Victor viene quindi posta la fatidica domanda: che momento del passato vorrebbe rivivere? Ed egli sceglie senza esitazione un periodo ben preciso del 1974, quando incontrò l’amore della sua vita, Marianne (Fanny Ardant) che poi divenne sua moglie e dalla quale attualmente lo divide una crisi apparentemente insuperabile. Marianne è infatti protesa al futuro, cerca affannosamente le novità anche tecnologiche, non accetta il passare del tempo, ha intessuto una relazione con un uomo che non ama, ma più giovane del marito, solo per sentirsi lei stessa più giovane. Victor è invece ripiegato su se stesso, non apprezza la modernità, usa la matita invece del computer (era stato in passato un apprezzato disegnatore), non possiede nemmeno un cellulare.
Questo film tocca tematiche importanti trattandole con ironica leggerezza. L’amore naturalmente prevale. Pensiamo ad esempio all’incontro nel bistrot La belle époque, ricostruito da Antoine sulla base di una serie di schizzi fornitigli da Victor, con Marianne ventenne impersonata da un’attrice, la statuaria Margot (Doria Tillier) che a sua volta intrattiene con Antoine una relazione assai burrascosa. Si intreccia qui un dialogo a tre: Margot parla a Victor nelle vesti di Marianne ma si rivolge in realtà ad Antoine che segue la scena non visto da dietro uno specchio e che a sua volta parla con Margot attraverso un auricolare, mentre Victor è convinto che Margot/Marianne stia parlando con lui. Nonostante questo intreccio le due coppie, Margot e Antoine da una parte, Victor e Margot/Marianne dall’altra, si capiscono perfettamente perché il linguaggio dell’amore è universale.
Un altro tema è il nostro rapporto con il passare del tempo. Marianne e Victor sono in questo agli antipodi, come abbiamo visto, ma nessuno dei due accetta l’idea, che Margot spiega a Victor, che una persona non può rimanere sempre la stessa, che si deve accettare il cambiamento, nostro e degli altri, perché l'identità è inevitabilmente plasmata dalle vicende della vita. Ed in effetti verso la fine della vicenda Victor sembra aver compreso questo aspetto nel momento in cui inizia a lavorare con un gruppo di giovani nell’impresa del figlio con soddisfazione ed entusiasmo reciproci, mentre Marianne rimane ancorata ad uno schema giovanilistico vissuto passivamente.
Un altro aspetto è il modo in cui ognuno vede il mondo o meglio il modo in cui se lo rappresenta, come insegna Arthur Schopenauer, che è diverso da soggetto a soggetto. Nel film il concetto di realtà è in effetti assai sfumato, spesso lo spettatore non capisce se quello che sta vedendo è reale o no, e questo accade anche a causa del modo di vedere il reale che appunto è diverso per ciascuno di noi e dipende in modo importante dai nostri desideri che sono mutevoli. Proprio per questo Victor, quando una sera al bistrot vede arrivare un’altra attrice invece di Margot perde la testa. Allora, chi è che Victor ama: Margot, Marianne oppure Margot nella parte di Marianne?
Credo infine che un messaggio importante che deriva da questo film sia rivolto a persone come me non più giovani. Chi ha una vita alle spalle deve infatti imparare a leggere correttamente il proprio passato, ad accettare il cambiamento negli altri e riconoscerlo ed accettarlo anche in se stessi, a capire il modo di vedere le cose di chi ci sta vicino. Solo in questo modo si può evitare di sprecare l’unica vita che ci è concessa.

venerdì 29 novembre 2019

"L'Ufficiale e la Spia", Roman Polanski (2019)


  

mercoledì 20 novembre 2019

“Parasite”, Bong Joon-Ho (2019)

Le due famiglie descritte da Bong Joon-Ho sono speculari come composizione ma si trovano agli antipodi della scala sociale: i Park sono ricchi, vivono in una casa lussuosa nei quartieri alti dove la pioggia è solo un piacevole passatempo da guardare alla finestra. I Kim invece sono poverissimi, fanno parte del lumpenproletariat marxista, alloggiano in un seminterrato popolato da insetti e inondato da acqua e liquami di fogna ogniqualvolta la pioggia diviene torrenziale. Si sa però che il bisogno aguzza l’ingegno, di conseguenza i Kim, una volta conosciuta la famiglia Park grazie al figlio che vi si introduce come sostituto dell'insegnante di inglese, decidono di far licenziare con l’inganno governante ed autista e farsi assumere al loro posto, sistemando anche la figlia come insegnante di arte. Ma c’è sempre qualcuno che sta peggio ed ecco che a metà del film compare un povero disgraziato, marito della ex governante dei Park, che vive da anni in un bunker sotterraneo la cui esistenza è ignota agli stessi padroni di casa, nutrito dalla moglie con avanzi di cibo. Abbiamo quindi tre livelli della scala socio-economica, ordinati in senso decrescente di benessere secondo la profondità del luogo in cui vivono, fra i quali il conflitto non può tardare a manifestarsi. L’occhio del regista è spietato, nessuno è risparmiato, né i ricchi con il loro comportamento superficiale e stupidamente appiattito sulle più deteriori abitudini consumistiche delle società occidentali, né i proletari, del tutto incuranti dei danni apportati ai dipendenti di cui essi causano con l'inganno il licenziamento, in ossequio all'aforisma di Plauto Homo Homini Lupus. Un po’ di compassione viene espressa, comprensibilmente, solo nei confronti del poveretto costretto a vivere nel bunker la cui moglie peraltro prima implora umilmente la nuova governante affinché non denunci il marito e continui a nutrirlo e poi, quando un video girato con il telefonino le permette di avere in pugno i Kim, immediatamente veste i panni dell'oppressore. Questo modo di leggere il comportamento sociale, che Thomas Hobbes descrive efficacemente come un Bellum omnium contra omnes, si riflette nel pessimismo di Voltaire quando scrive:”Nell'andarcene lasceremo questo mondo tanto stupido e feroce quanto lo abbiamo trovato al nostro arrivo” e non è nuovo per Bong Joon-Ho se pensiamo al suo “Snowpiercer” del 2013.
Possiamo però provare ad essere meno pessimisti. In definitiva tutti vivono sui bisogni degli altri, come ci ricorda ne "La Ricchezza delle Nazioni” (1776) Adam Smith:"Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del loro interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità ma al loro egoismo...”. Se non parassiti gli essere umani possono essere quindi considerati dei saprofiti, facenti parte di un sistema che si regge sulle reciproche necessità. Ma naturalmente questo sistema può funzionare solo se vengono osservate delle regole, regole che però siano rispettose delle libertà individuali per non cadere nell’eccesso opposto, come ad esempio con il Leviatano di Hobbes o il Grande Fratello di Orwell.
Rimane da commentare la filosofia del capofamiglia dei Kim (Song Kang-Ho): mai avere un piano poiché il fato è sempre pronto a ribaltare tutto. Una filosofia semplicistica che ricorda nel suo pessimismo quella di Homer Simpson (“Hai fatto del tuo meglio e hai fallito...la lezione è: non provare mai!”) cui fa da contraltare il pensiero di Kim-figlio (Choi Woo-Shik) che chiude il film elaborando un piano per riuscire a liberare il padre, rimasto a sua volta incastrato nel bunker, sulla cui riuscita il regista non si esprime, lasciando libero lo spettatore di trarre le conclusioni.

sabato 9 novembre 2019

“Ma cosa ci dice il cervello”, Riccardo Milani (2019)

A prima vista “Ma cosa ci dice il cervello” potrebbe essere considerato semplicemente una commedia divertente e ben costruita. In realtà, esso presenta anche parecchi spunti di riflessione su cui vale la pena di soffermarsi.
Il titolo per primo solleva una domanda: a chi parla il cervello? Chi è il suo interlocutore? Verosimilmente si tratta del nostro corpo che necessita di istruzioni in merito a come comportarsi. Il regista sposa quindi  una visione dualista del rapporto Mente-Corpo che richiama la Res cogitans e la Res extensa di Cartesio, dove Mente e Corpo sono nettamente separate, seppure colloquianti attraverso la ghiandola pineale. La storia in sé necessita proprio di questo approccio concettuale nel momento in cui affronta gli aspetti educativi che ne rappresentano una parte consistente. A questo punto è necessario un breve riassunto della trama: Giovanna (Paola Cortellesi) è una anonima impiegata ministeriale; è separata dal marito e vive con la madre e la figlia bambina. Quest’ultima si vergogna del grigiore della vita della madre, a paragone con le attività avventurose dei parenti dei compagni di scuola: astronauta, pompiere, mangiatore di fuoco...Ma in realtà Giovanna non è una semplice impiegata, è un agente segreto di altissimo livello, una 007 utilizzata in rischiose missioni internazionali. Questo ruolo le permette di reagire ad una serie di torti subiti da quattro suoi ex-compagni di scuola, vittime nel loro lavoro della tracotanza anempatica, dell’aggressività bullesca e dell’ignoranza crassa che dominano il modus vivendi della nostra società. Questa reazione non va però intesa come una pura e semplice vendetta ma come una forma di educazione del prossimo, diretta al cervello, inteso come entità a sé stante, affinché modifichi i messaggi che manda al corpo. Ma qui sorge un problema: ha diritto Giovanna ad ergersi a giudice degli altri e a modificarne il comportamento? Probabilmente no poiché questo atteggiamento comporta il rischio di sconfinare in una indebita invasione della sfera personale che può ricordare gli eccessi dello stato etico, come ben raccontato da Woody Allen ne “Il dittatore del libero stato di Bananas” (1971) dove il dittatore appunto ordina che la popolazione indossi le mutande sopra i pantaloni per essere certo che vengano cambiate ai giusti intervalli. Giovanna dovrebbe limitarsi ad esortare gli amici a reagire in modo corretto alle provocazioni, come essa stessa farà nella scena finale il cui esito però il regista non ci mostra, facendoci capire di non essere proprio certo della efficacia di questo approccio.
E un altro messaggio è quello di guardare oltre le apparenze. Giovanna, un pò come l’Atticus Finch del “Buio oltre la siepe” (Harper Lee, 1960), sembra un essere grigio ed insignificante, ma nasconde doti del tutto inaspettate che sicuramente entusiasmerebbero la figlia. E ancora, Roberto (Stefano Fresi), bellissimo ragazzo di cui Giovanna era innamorata a scuola, è oggi tutt’altro che un Adone, il suo aspetto delude Giovanna e le sue amiche, ma questo aspetto nasconde doti che porteranno Giovanna ad innamorarsi ancora di lui.
In conclusione, “Ma cosa ci dice il cervello” non solo castigat ridendo mores ma educa nel modo più efficace, e cioè divertendo.
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venerdì 11 ottobre 2019

“Joker”, Todd Phillips (2019)

Che tipo di formazione ha ricevuto Arthur Fleck, alias Joker, (Joaquin Phoenix) nel corso della sua esistenza? Da bambino (adottato) ha subito violenze fisiche e psicologiche da parte degli amanti della madre, violenze che si ripresentano in età adulta ad opera di soggetti provenienti da strati sociali diversi, sia teppisti che colletti bianchi. I colleghi di lavoro e la sua stessa madre Penny (Frances Conroy) lo ingannano. Infine, egli ritiene di essere stato ingiustamente privato dello status socio-economico che gli deriverebbe da un padre, Thomas Wayne (Brett Cullen), che, a detta della madre, non lo vuole riconoscere. Tutto ciò si svolge in un contesto sociale in progressivo deterioramento, espresso metaforicamente dai mucchi di spazzatura che occupano le strade, in cui la forbice fra abbienti e meno abbienti si divarica sempre di più cosicché vanno aumentando gli individui che si sentono a torto o a ragione emarginati. Come reagisce il nostro Arthur/Joker a tutto ciò? Dapprima con scoppi di riso immotivati e violenti che egli attribuisce ad una forma di malattia mentale. Possiamo in effetti interpretare queste crisi di riso come un meccanismo di fuga dalla realtà, meccanismo che sottende una psicosi maniaco-depressiva ben evidente nel frequente sconfinamento di questo riso nel pianto. In definitiva Joker è un disadattato, un individuo duramente provato dalla vita che non ha saputo/potuto elaborare le sofferenze subite. E questo nonostante  l’affetto che gli dimostra la vicina di casa Sophie (Zazie Beetz), probabilmente poiché i traumi fisici e psichici subiti nell’infanzia hanno determinato la irreversibilità del grave disturbo mentale che lo affligge. Egli rappresenta quindi un elemento abnorme per la società; non a caso il suo cognome, Fleck, significa in inglese "piccola macchia", metafora di un elemento estraneo ai meccanismi che regolano il funzionamento della società. E dato che la comparsa di uno squilibrio sociale è un atto di violenza, esso richiede fin dall’antichità di essere neutralizzato con un atto di violenza purificatoria, il Sacrificio, come insegna René Girard nella sua opera del 1972 “La Violenza e il Sacro”. E chi meglio di un clown, espressione della follia e della irrazionalità dionisiache contrapposte al raziocinio apollineo, è adatto a vestire l’abito del sacerdote (la maschera del clown) e compiere questo sacrificio? Joker inaugura la sua reazione violenta uccidendo tre aggressori in metropolitana, ma ciò potrebbe rappresentare semplicemente un atto di legittima difesa. Il punto di svolta nella sua evoluzione avviene quando, resosi conto di essere stato ingannato dalla madre a proposito della figura del padre, egli compie il Sacrificio supremo, la soppressione della Madre Terribile, per dirla con Jung, che inaugura la sua funzione sacerdotale. Eccolo infatti nella prima giornata di sole del film scendere danzando trionfalmente, vestito da clown, quella stessa scala che ha stancamente salito alla fine di tante tristi giornate di lavoro. Ed eccolo con grande sicurezza sopprimere in diretta televisiva lo showman Murray Franklin (Robert De Niro), rappresentante del sistema e colpevole di averlo ridicolizzato nel suo show. Ma non è finita qui: Joker viene eletto per acclamazione capo della rivolta anti-sistema, la rivolta del caos (disordine) contro il cosmo (ordine). Il sistema, è vero, reagisce e Joker viene arrestato, ma la macchina della ribellione sacrificale una volta avviata, come ci dimostrano le orme insanguinate nelle scene finali, non può più essere arrestata.