sabato 24 ottobre 2026

“Fatherland”, Paweł Pawlikowski (2026)

Thomas Mann ritorna in Germania dopo un lungo periodo passato in esilio volontario negli Stati Uniti dove si era recato nel 1933 quando, all’indomani di una conferenza su Richard Wagner in cui ne celebrava l’attività artistica evitando di presentarlo come precursore del nazismo, fu oggetto di un'aggressiva campagna di stampa. Durante il periodo americano Mann mantenne, oltre all’attività di scrittore, quella di divulgatore antinazista via radio.

Pawlikowski ci mostra lo scrittore (Hanns Zischler) settantaquattrenne al suo ritorno in Germania nel 1949, accompagnato dalla figlia Erika (Sandra Hüller), invitato per una serie di conferenze sia all’ovest che all’est. Il motivo di questo invito non era semplicemente legato all’attività di scrittore di Mann, premio Nobel nel 1929, ma aveva un fine politico: egli doveva costituire un simbolo, per la Germania ovest della rinascita della nazione dopo lo sfacelo della guerra e per la Germania est della “nuova Germania” sorgente sotto la tutela della Russia. L’autoesilio di Mann aveva provocato una polemica a distanza fra quest’ultimo e gli intellettuali rimasti in Germania i quali lo accusano di essere vigliaccamente fuggito, mentre egli accusava loro di essere rimasti in patria per piegarsi al nazismo. L’accoglienza che gli viene riservata è di conseguenza diversa all’ovest, dove vediamo manifestazioni di piazza in cui lo si accusa di comunismo ed assistiamo ad un'aspra polemica su questo argomento fra la figlia Erika ed il primo marito, l’attore Gustav Gründgens (Joachim Meyerhoff), rispetto all’est, dove egli viene apertamente osannato.

Mann interpreta il suo ruolo di simbolo, favorito in questo dal suo narcisismo che gli viene apertamente rinfacciato dalla figlia, avendo come tema di fondo delle sue conferenze, in particolare a Francoforte (ovest) e a Weimar (est), il primato della Germania nell’800, basato su tre pilastri: Wagner per la musica, von Bismarck per la politica e von Goethe per la letteratura. Egli sottolinea, in particolare a proposito di quest’ultimo durante il discorso a Weimar, come il destino di questi uomini venga ad identificarsi con il destino della patria stessa e come la cultura in generale, e germanica in particolare, non possa e non debba conoscere confini politici.  

Nel corso del viaggio Mann viene a sapere della morte del figlio Klaus (August Diehl), suicida a Cannes, che vediamo all'inizio del film esprimere, durante una telefonata con Erika, la sua profonda depressione per la situazione della Germania post-bellica, trasformata in un fantoccio degli Stati Uniti (che il regista ben sottolinea nelle scene del ricevimento all’hotel Metropol di Francoforte), per l’esilio pur se dorato, per il difficile rapporto con il padre ed esacerbata dalla tossicodipendenza. Mann si dimostra indifferente alla sua morte, contrariamente ad Erika, lasciando tutto l’aspetto organizzativo all'ultimogenito Michael (morto anch’egli suicida nel 1977). 

Sul piano umano la figura di Mann non risulta quindi nel complesso positiva. La scena finale però ci mostra quella che può essere definita la sua redenzione: tornando da Francoforte, Erika e Thomas scorgono una vecchia chiesa semidiroccata, tornano indietro come per un ritorno ad un passato felice (v. il poster), entrano ed assistono all'esecuzione all'organo del celeberrimo brano di Bach “Gesù, gioia degli uomini” (BW 147). E qui Mann diventa umano, prende la mano della figlia e le lacrime scorrono sul suo viso. Questa bellissima scena finale ci parla della possibilità di trovare sollievo nei momenti più bui grazie all’arte e fa da contraltare all’altrettanto bellissima, ma di significato diametralmente opposto, scena iniziale nella quale invece Klaus esprime con chiarezza l’impossibilità di continuare a vivere. Il film risulta quindi racchiuso in una parentesi in cui l'apertura e la chiusura suggellano la diversità nell’affrontare quella che per la cultura tedesca dell’ottocento era la tragedia della vita. 

 

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