mercoledì 15 aprile 2026

"Lo Straniero", François Ozon (2025)

L'omonimo romanzo di Albert Camus da cui questo film è tratto è stato nel tempo più volte analizzato. Un'analisi di quest'opera cinematografica che traduce in modo eccellente le parole dello scrittore francese in immagini rischia quindi di essere ripetitiva. Vale però la pena di fare un tentativo ponendosi qualche domanda.

La trama è nota: nella Algeri del 1938 vive Mersault (Benjamin Voisin), giovane impiegato di livello medio-basso la cui madre muore all'inizio del film, evento che non sembra colpirlo più di tanto. Il giorno dopo egli allaccia una relazione con una giovane che già conosceva, Marie (Rebecca Marder) e la giornata decorre fra cinema e sesso. Nel corso di una domenica pomeriggio passata sulla spiaggia con Marie ed amici Mersault uccide a revolverate un giovane arabo che aveva in precedenza ferito a coltellate un suo amico. Incarcerato e processato, viene condannato a morte.

Mersault vive la sua vita nella più completa indifferenza che manifesta, oltre che in occasione della morte della madre, anche nei confronti di prospettive di progressione sul lavoro e di una proposta di matrimonio da parte di Marie. La sua impassibilità scompare alla fine della vicenda quando un sacerdote va a trovarlo in carcere. In quell'occasione Mersault perde la testa e per la prima volta esprime con violenza il suo pensiero, la sua rabbia per il fatto di vivere una vita di cui percepisce l'insensatezza e per la quale sembra non avere alcun attaccamento. E l'essere stato condannato non tanto per il delitto in sé (probabilmente uccidere un arabo ad Algeri da parte di un francese nel 1938 sarebbe stato come uccidere un nero da parte di un bianco in Alabama nella stessa epoca), ma per averlo fatto senza dimostrare emozione o pentimento è per lui un altro aspetto dell'assurdità della vita. Un altro momento in cui Mersault perde la sua indifferenza si verifica in sogno, il momento in cui l’inconscio prende il sopravvento sulla ragione. Egli sogna di essere condotto alla ghigliottina e di incontrarvi la madre con cui ha un breve colloquio; questo squarcio nella sua corazza ci permette forse di gettare uno sguardo sulla sua vera natura, seppellita sono l’indifferenza che lo caratterizza in condizione di veglia.   

Chi è lo straniero? Comunemente si ritiene che si tratti di Mersault, straniero perché diverso da tutti gli altri nel suo modo di vivere la vita; un'alternativa è che lo straniero sia invece l'arabo da lui ucciso. Mentre infatti la voce narrante del telegiornale che apre il film declama la meraviglia della convivenza di francesi ed arabi in Algeri la realtà è diversa: sono due mondi separati, gli arabi non possono entrare nei cinema (e torniamo al parallelo con l'Alabama del 1938) che, recita il cartello, sono proibiti agli "indigeni" e la stessa sorella dell'ucciso Djamila (Hajar Bouzaouit) lo dice chiaramente a Marie: suo fratello era uno straniero in patria.

E ancora, la figura di Mersault è da considerare completamente negativa? Se è vero che uccidere una persona è un atto esecrabile è anche vero che ognuno ha il diritto di non essere giudicato in base alle sue emozioni, purché non danneggi altri. Mersault si comporta come se fosse affetto (e forse lo era) da un disturbo dello spettro autistico per cui l’insistenza con cui il procuratore nel corso del processo sottolinea la sua mancanza di emozioni, scatenando l’ira del pubblico e condizionando sicuramente il giudizio della giuria, non sembra render ragione all’imputato, pur colpevole, va ripetuto, di omicidio con la possibile attenuante della legittima difesa (l’arabo aveva estratto un coltello).

Ed infine Mersault muore solo, come forse era il suo destino (muore solo in francese: “meurt sol” suona come il suo cognome). Il paradosso del suo ultimo pensiero "Perché tutto possa compiersi, per sentirmi meno solo, non dovevo far altro che desiderare che ci fosse una grande folla di spettatori il giorno della mia esecuzione e che mi salutassero con grida dodio sottolinea il suo desiderio di distinguersi dagli altri attraverso le grida di odio che lo salutano e che lo fanno sentire meno solo perché marcano la sua distanza dagli altri e di conseguenza la compagnia con se stesso.

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