venerdì 6 novembre 2026

"Nel silenzio delle stanze”, Jérôme Bonnell (2025)

Candele che vengono spente ed accese, la narrazione è accompagnata fin dai titoli di testa da queste luci che vanno e vengono, metafora dei chiari-scuri di cui è fatta la vita, in particolare nella società dei primi del ‘900 che Bonnell ci mostra, dove al chiaro della forma esibita si contrappone l’oscuro del represso annidato in ogni personaggio.

Ci troviamo in Normandia nel 1908, nella bella casa del notaio André (Swann Arlaud) e della giovane moglie Victoire (Louise Chevillotte) al cui servizio sono Céleste (Galatéa Bellugi) e Huguette (Aymeline Alix). La narrazione ci porta a conoscere gradualmente i demoni che covano in modo piò o meno conscio nei primi tre personaggi. André sa che suo padre era sterile (teme di esserlo anche lui stesso) ed ignora il nome del suo genitore biologico, nome che gli verrà peraltro rivelato da Mathilde (Emmanuelle Devos), sua madre, poco prima di morire, il che lo sconvolgerà ulteriormente poiché di tratta di una persona a lui odiosa. Victoire vive una sessualità problematica: la vediamo respingere ripetutamente le avances di suo marito con scuse poco fantasiose (emicrania) e nel corso della narrazione capiremo come tutto ciò dipenda dal suo orientamento sessuale che ella fatica ad esprimere apertamente fino all’ultima scena del film quando, teneramente rivolta a Céleste, ammetterà “e pensare che non avevo mai amato nessuno prima”. La sua frase però viene coperta dal rumore dell’arrivo del treno e quando Céleste le chiederà di ripetere cosa aveva detto, in un soprassalto di pudore (siamo pur sempre ai primi del ‘900) Victoire tacerà. Ed infine Céleste, alsaziana definita sprezzantemente da Huguette “mangiapatate”, timida e silenziosa che ammetterà a fatica di essere stata sessualmente molestata dai numerosi fratelli e che per una sorta di nemesi sarà oggetto anche dei desideri di André, non soddisfatto dal rapporto con la moglie. Questa situazione subisce un improvviso scossone quando Céleste si rende conto di essere incinta. Brutalmente André e Victoire decidono di farla abortire e la poveretta non ha il coraggio di dissentire, ma per fortuna la gravidanza è troppo avanzata. A questo punto scatta un piano B: Victoire fingerà di essere incinta ed il neonato rappresenterà un motivo di gioia per Mathilde che non aspettava altro che un nipotino. Ma il giuoco non regge, il piccolo Félix, così battezzato per volere di André, fa da catalizzatore al sorgere di un'alleanza fra Victoire e Céleste che culmina nella fuga delle due donne insieme al neonato, dirette in Canada.

L'amore e la nevrosi sono i due temi principali del film. Céleste comprensibilmente ama la sua creatura e Victoire gradualmente, grazie alla presenza del piccolo che induce le due donne a passare le notti insieme a lui nello stesso letto di nascosto da André, gradualmente si innamora di Céleste. Vittima della nevrosi è invece André, costretto fra una madre che odia per averlo fatto nascere da un rapporto adulterino e per di più con una persona a lui non gradita e frustrato dal matrimonio con Victoire, consumato raramente e con freddezza da parte di lei. È qui l’origine della sua violenza che emerge negli atti, quando schiaffeggia Victoire e nei propositi, quando manifesta l’intento prima di cacciare di casa la povera Céleste incinta, poi di farla abortire e infine di privarla del ruolo di madre. E sullo sfondo Huguette, della quale nulla sappiamo; forse il suo ruolo vuole significare pessimisticamente che l’almeno apparente assenza di emozioni e sentimenti, di luci che si accendono e si spengono, è l’unico modo di navigare senza fatica il fiume della vita.