Se messa in prospettiva storica, la rivoluzione della Nouvelle Vague presenta due aspetti piuttosto interessanti, entrambi legati alla terra in cui si è originata, la Francia. In primo luogo il modo in cui ha scardinato il modo tradizionale di girare un film ricorda molto da vicino il modo in cui un centinaio di anni prima l'Impressionismo scardinò i canoni della pittura accademica. In entrambi i casi i fautori del classico gridarono allo scandalo, salvo doversi ricredere in un secondo tempo. E in effetti il concetto-base della Nouvelle Vague, cioè il diritto del regista di ritrarre la realtà come a lui gradiva, era lo stesso degli impressionisti per quanto riguardava la pittura. Ma l’ispirazione a questo nuovo modo di fare cinema ha un precedente, sottolineato nella scena dell’incontro fra i giornalisti dei Cahiers du Cinéma (in pratica tutti i giovani registi di allora) con Roberto Rossellini (Laurent Mothe), e cioè il neorealismo, tecnica cinematografica dalla quale quei registi si ritenevano ispirati.
Un pregio del film è la resa dell'atmosfera di fine anni ’50; i protagonisti si presentano sicuri di sé, autoreferenziali. Godard (Guillaume Marbeck) in particolare non esita a sfidare apertamente il produttore Georges de Beauregard (Bruno Dreyfürst) con il suo modo totalmente anarchico di organizzare (si fa per dire) i 20 giorni dedicati alla realizzazione del film: sceneggiatura scritta sul momento su pezzi di carta, giornate lavorative di due ore oppure dedicate a giocare al flipper invece di lavorare. Ebbene, questo atteggiamento prelude al secondo aspetto di cui si parlava in precedenza e cioè alla rivoluzione del maggio francese che nel '68 allargò il campo della ribellione dal solo modo di fare cinema a tutto ciò che l'establishment considerava normale, definendo un cambiamento culturale epocale e cioè che i giovani avevano diritto di parola e di decisione in opposizione alle classi dominanti, ispirati dal noto slogan “L’immaginazione al potere”, a sua volta mutuato dalla filosofia di Herbert Marcuse .

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