Un'immagine può essere apprezzata per le sue qualità puramente estetiche ("mi piace"), ma in essa esistono anche significati che possono non essere immediatamente colti, soprattutto in un mondo pieno di immagini come quello in cui viviamo. E' quindi necessario prendersi il tempo per entrare nell'immagine (in questo blog in particolare, ma non solo, cinematografica) alla ricerca di questi significati.
giovedì 28 novembre 2024
"Le Déluge”, Gianluca Jodice (2024)
L’atteggiamento del re può sollevare qualche perplessità. Da un lato infatti egli rimane fortemente ancorato al suo credo, cioè di aver ricevuto il titolo da Dio, e non riesce quindi nemmeno ad immaginare il concetto di uguaglianza che gli espone uno dei rivoluzionari, Manuel (Tom Hudson); l’attaccamento al suo ruolo è testimoniato anche dalla richiesta di un rasoio per potersi sbarbare prima dell’esecuzione e di non essere legato quando sarà sulla ghigliottina. D’altro canto vi è in lui una remissività che si potrebbe attribuire ad una debolezza di carattere (sembra sia stata questa una sua caratteristica); ma quest’atteggiamento potrebbe invece essere dovuto all’essersi reso conto che i giuochi ormai erano fatti e non vi era più alcun rimedio se non affidarsi a Dio e cercare di distrarre i figli. Agli antipodi troviamo Maria Antonietta che, abbandonando il reale distacco dei primi giorni di prigionia, si lascia andare ad un comportamento viscerale che verosimilmente rispecchia, oltre alla rabbia per la perdita dei propri privilegi e la paura di morire, la disperazione nel rendersi conto di aver passato la vita a fianco di una persona con cui si era sposata all’età di 14 anni e che non aveva mai amato (lo definisce “un buon uomo”). Vero è che nel corso dei 38 anni della sua vita non si era almeno mai fatta mancare gli amanti. Da una parte vi è quindi un re che non abbandona il suo ruolo fino all’ultimo momento e dall’altra una regina consorte che abbandona le vesti regali e dimostra apertamente i suoi sentimenti. Ma anche nel campo dei rivoluzionari vi sono soggetti non privi di interesse come ad esempio il Manuel di cui sopra, intriso di idee rivoluzionarie, infervorato mentre spiega al re la necessità di un sacrificio (la sua decapitazione) per sancire il cambiamento dell’ordine politico, ma pronto a commuoversi e ad abbassare lo sguardo per non guardare negli occhi “l’agnello sacrificale" quando viene comunicata al re la notizia della condanna a morte. O ancora il capitano Henri (Hugo Dillon), pieno di rabbia nei confronti dei monarchi per averli visti vivere nel lusso sfrenato mentre suo figlio moriva di fame insidiato dai topi. Egli sfoga questa sua rabbia maltrattando verbalmente i prigionieri al punto che Maria Antonietta gli si offre purché in cambio i figli vengano trattati bene. Henri accetta, ma il rimorso per aver tradito gli ideali rivoluzionari per soddisfare un appetito carnale vendicativo lo porta al suicidio. Ecco quindi che il film dispiega una galleria di personaggi dai comportamenti ricchi di sfaccettature, una vera e propria Comédie Humaine, tanto per restare in Francia. E così si arriva all’epilogo, quando sotto una pioggia scrosciante (il déluge che aveva previsto suo padre Luigi XV) il re si avvia dignitosamente alla carrozza che lo porterà alla ghigliottina nell’attuale place de la Concorde.
lunedì 18 novembre 2024
“Giurato numero 2”, Clint Eastwood (2024)
Tre aspetti ci guidano nell’analisi di questo film: la statua della giustizia che nella sequenza di apertura si presenta con la bilancia squilibrata, il nome di Justin che richiama “justice” (giustizia) e quello del pubblico ministero: Faith (Toni Collette) che significa fede, fiducia, lealtà. E questo perché due sono i problemi che Eastwood solleva: 1) Esiste la possibilità di una vera giustizia? 2) Può un essere umano sacrificare in modo irreversibile se stesso e quanto gli è più caro per far sì che giustizia venga fatta? All’inizio del film Faith è ben convinta che una vera giustizia esista, tant’è che ricorda ad Eric (Chris Messina), suo compagno di corso e avvocato difensore d’ufficio di Sythe, l'aforisma di un loro professore La giustizia è verità in azione e persegue la sua accusa con vigore anche perché, essendo candidata alla carica di procuratore distrettuale, sa bene che una vittoria le garantirebbe il successo alle elezioni. Ma in seguito, valutando la documentazione ottenuta da Harold, un giurato ex poliziotto (J.K. Simmons), inizia a nutrire dubbi sulla effettiva colpevolezza del giovane e si trova a dover decidere fra il successo alle elezioni, garantito dalla condanna di Sythe e la fedeltà (nome omen) al suo mandato ed alla regola aristotelica (Politica III) La legge è ragione senza passione. Ma anche Harold ha dovuto fare la sua scelta. Come giurato infatti non doveva svolgere indagini per suo conto ed invece, fedele al giuramento fatto come poliziotto, ha deciso di procedere per conto suo e per questo verrà allontanato dalla giuria. Ed infine Justin è chiamato alla scelta più difficile: farsi avanti e dire ciò che sa, rischiando grosso per il suo futuro e per quello della sua famiglia o stare zitto e lasciare che un probabile innocente vada all’ergastolo? All’inizio egli sceglie una via di mezzo, cioè cerca di convincere i giurati che le prove della colpevolezza di Sythe non sono adeguate e in questa fase il film ricorda (volutamente, come dichiarato dall’autore dello script J. Abrams in una intervista a GQ) “La parola alla giuria” (William Friedkin, 1997) nello svelare per ogni giurato colpevolista i motivi extragiudiziali che ne influenzano il parere. Ma rendendosi conto di non riuscire a convincere tutti i giurati, Justin cambierà tattica e si adatterà al giudizio della maggioranza.
Torniamo ai due problemi sollevati dal regista e menzionati in apertura. Al primo, se sia possibile una vera giustizia, la risposta del film è no. D’altro canto, come sottolinea nel finale Eric, al sistema attuale non vi sono alternative migliori (almeno per quel che riguarda il sistema giudiziario americano, va aggiunto). Al secondo, se si debba sacrificare tutto se stesso e la propria famiglia per far trionfare la giustizia, Justin risponde no, contraddicendo l’imperativo categorico di Kant Agisci secondo quella massima che, al tempo stesso, puoi volere che divenga legge universale. Ma calato nella realtà di Justin questo imperativo risulta ben difficile da seguire e se ci mettiamo nei suoi panni, come Eastwood con la collaborazione di Hoult riesce magistralmente a realizzare, dare una risposta al problema è difficile, se non impossibile. Difficile sì, ma, seppure in condizioni diverse da Nicholas, Faith, come ci mostra l’ultima scena, decide di adeguarsi a Kant e di tener fede al suo nome.