giovedì 26 febbraio 2026

“I due procuratori”, Serhij Loznycja (2025)

 

La scena iniziale del film, un grosso lucchetto che viene rumorosamente aperto per spalancare un cancello di ferro, è il riassunto del film stesso e di un’epoca, l’epoca del Terrore staliniano, in confronto al quale il Terrore della rivoluzione francese scompare. In quell’epoca infatti ogni russo viveva segregato in una gabbia virtuale, controllato a vista, nel dubbio continuo di dire una parola sbagliata che poteva renderlo preda di delazioni in base alle quali in pochi minuti si poteva venire inghiottiti in un carcere, spediti in un gulag o eliminati. Il tutto grazie alla potentissima polizia politica, la NKVD (Commissariato del Popolo per gli Affari Interni, questo significa la sigla) che, ci dice il regista, tendeva ad incrementare gli arresti arbitrari proprio per dimostrare la propria importanza. E così nella prima parte del film ecco il giovane procuratore di Brjansk, Korneev (Aleksandr Kuznetzov), che viene condotto su e giù per interminabili scale e corridoi collegate da interminabili porte e cancelli chiusi rigorosamente a chiave da un numero spropositato di uomini in divisa di aspetto identico l’uno all’altro: grossi, indifferenti a tutto e con un cammino dondolante da scimmioni. Finalmente Korneev riesce ad ottenere ciò che voleva: parlare con un detenuto, Stepnjak (Aleksandr Filippenko) il cui biglietto di richiesta di un colloquio, vergato con il sangue, era fortunosamente scampato al falò degli analoghi biglietti degli altri detenuti. Stepnjak, ex professore universitario di legge e bolscevico della prima ora, chiede a Korneev di denunciare ciò che avviene nel carcere, le percosse e le torture subite per fargli confessare colpe mai commesse e per denunciare per falsi reati altre persone. Korneev, fedele al partito comunista di cui è membro, ritiene di trovarsi di fronte ad un terribile errore giudiziario e si incarica di portare la questione ai massimi livelli, vale a dire all’attenzione del potentissimo procuratore-capo Vyšinkij (Anatolij Belyj), realmente esistito, dal quale riesce a fatica a farsi ricevere a Mosca. Se il povero Korneev avesse potuto sapere che questi era conosciuto con il soprannome di “giudice-boia” forse non avrebbe compiuto questa mossa. In effetti Vyšinkiji apparentemente si prende cura del caso sottopostogli e fornisce a Korneev le istruzioni da seguire. In realtà è già pronta per Korneev la punizione per essersi opposto al Sistema: egli verrà infatti rinchiuso nello stesso carcere ove langue Stepnjak dal quale molto probabilmente non uscirà vivo.

Il personaggio di Korneev ricorda molto da vicino quello di Rubascev, protagonista del romanzo di Arthur Köstler "Buio a Mezzogiorno (1940). Entrambi erano infatti fedeli bolscevichi incarcerati sulla base di false accuse. Di Rubascev conosciamo la storia durante la detenzione e sappiamo che non rinnegherà mai l'ideale rivoluzionario pur riconoscendone la terribile degenerazione di cui egli stesso era vittima. L'integrità morale di Korneev fa pensare che anch'egli da detenuto seguirà questa linea di pensiero.  
Va anche sottolineata l'antitesi fra i due procuratori: Korneev fedele al concetto di giustizia e Vyšinkiji ligio servitore del partito, due modi radicalmente opposti di interpretare lo stesso ruolo. E purtroppo mentre il primo viene incarcerato per aver perseguito i suoi ideali di giustizia, la storia ci insegna che il secondo morirà nel suo letto a New York ove si trovava come rappresentante dell'Unione Sovietica all'ONU, il tutto dopo aver incarcerato e messo a morte innumerevoli innocenti. Sic transit gloria mundi.

sabato 14 febbraio 2026

"Hamnet", Chloé Zhao (2025)

In questo film convivono due mondi separati. Da una parte il mondo del soprannaturale e dello spirituale, un mondo femminile in cui si muove a suo agio Agnes (Jessie Buckley), di cui si narra in paese a Stratford-on-Avon che sia una strega e che in effetti recita incantesimi, predice il futuro leggendo la mano e prepara pozioni magiche. Nella natura selvaggia del bosco dove Agnes fa volare il suo falcone (metafora di un modo di osservare la Vita dall'alto e quindi nella sua interezza di spirito e materia), avviene l'incontro con William Shakespeare (Paul Mescal). Questi vive invece nel mondo della materia, pensa al lavoro, alla gestione del suo teatro, degli attori e per questo motivo, dopo il matrimonio fra i due e la nascita della prima figlia Susanna (Bodhi Rae Breathnach), che Agnes ha voluto partorire da sola in mezzo alla natura, passa sempre più tempo a Londra. Due mondi separati, quindi, che inevitabilmente non tardano a collidere, in particolare quando William giunge a Stratford-on-Avon troppo tardi per rivedere il figlio Hamnet (Jacobi Jupe) in vita. Questi, uno dei due gemelli nati dopo Susanna, muore infatti al posto della sorellina Judith (Olivia Lynes), malata di peste bubbonica, per la quale provava un attaccamento, tipico dei gemelli, talmente forte da arrivare ad esprimere in modo sublime il suo amore scambiando magicamente la vita di lei con la sua. E dopo la morte lo vediamo aggirarsi smarrito davanti ad una porta aperta sul buio, piangendo e chiamando la madre, una porta aperta che richiama la voragine presente nel bosco dove si aggira Agnes e che rappresenta, come suggerisce il mito di Orfeo ed Euridice che William le racconta nel corso del loro primo incontro, la porta dell'aldilà.  
Il mondo trascendente di Agnes e il mondo immanente di William non tardano però ad avvicinarsi, iniziamo ad intuirlo quando sentiamo lui recitare, disperato per la morte del figlio, il monologo di Amleto, dove "Essere o non Essere" rappresenta in sintesi l'eterna lotta fra pulsione di Morte e pulsione di Vita che alberga nell'animo umano e che Sigmund Freud descriveva come origine della nevrosi che attanaglia l'Umanità. E l'incontro fra i due mondi si completa nelle inquadrature finali del film nelle quali si manda in scena l'Amleto, cui assiste anche Agnes. Questa è dapprima inferocita nel sentire il nome del figlio usato nell'opera (Hamnet e Hamlet erano sinonimi nell'Inghilterra del '500), ma quando la recita giunge alla morte di Amleto ella si avvicina al palcoscenico e stringe le mani dell'attore, presto imitata da tutto il pubblico. È così che Zhao magistralmente rappresenta la magia dell'incontro fra il mondo immanente, attraverso l'Arte nella sua componente materiale (in quanto "costruita" dall'essere umano), e il mondo spirituale, trascendente della Vita, magia che permette ad Agnes di accettare la perdita del figlio, sorridendo come non aveva più fatto, e al piccolo Hamnet di avviarsi, anch'egli sorridente e finalmente sicuro di sé, nell'oscura porta che lo attende. E fra le quinte anche William che aveva recitato nella parte dello spettro del padre di Amleto, assistendo a questa scena passa dal pianto ad un sorriso liberatore.   

domenica 1 febbraio 2026

“La Grazia”, Paolo Sorrentino (2025)

 

Mariano De Santis (Toni Servillo) è un presidente della Repubblica italiana di cui Sorrentino narra il semestre bianco, l’ultimo del mandato settennale. Lo affianca la figlia nubile Dolores (Anna Ferzetti), anch’essa, come il padre, giurista. Il rapporto fra i due, al di là dell’affetto, è spesso conflittuale: lei caratterizzata da idee chiare e voglia di fare, lui portato a prendere tempo, a temporeggiare per non decidere. Oltre alle abituali incombenze del suo incarico quali conferimento di onorificenze, colloqui con capi di stato e ambasciatori, ecc. De Santis deve affrontare nel suo semestre tre questioni spinose: due richieste di grazia per detenuti per omicidio del coniuge, Isa Rocca (Lina Messerklinger) il marito violento e Ugo Romani (Massimo Venturiello) la moglie ammalata di Alzheimer. La terza questione è rappresentata dalla firma di una legge volta a regolare l’eutanasia, argomento molto spinoso per De Santis, cattolico praticante ed ex DC.

Per quest’ultimo problema il dilemma di fondo per De Santis è chi sia il proprietario dei nostri giorni, da cui discende la liceità o meno di togliersi la vita. Il percorso che lo porterà alla decisione è costellato di consulti con amici, con la figlia, persino con il Papa; possiamo intuire che alla fine approverà la legge anche perché la sua distanza dalla religione va aumentando, lo dice lui stesso quando ripetutamente riferisce di addormentarsi mentre prega. Approverà quindi la legge, forse perché ha assistito alla lunga agonia di uno dei cavalli del Quirinale, gravemente malato, che in precedenza aveva proibito di sopprimere.
Isa Rocca (splendidi occhi verdi, trucco perfetto, legami con il mondo della politica) ha ucciso con 18 pugnalate il marito nel sonno dopo una lunga convivenza segnata da frequenti episodi di violenza e crudeltà. De Santis le concede alla fine la grazia perché l’omicidio andava a suo modo di vedere interpretato come "legittima difesa preventiva”, concetto evidentemente molto rischioso.  
Ugo Romani (misero e malmesso, privo di legami importanti) non ha chiesto la grazia, l’hanno chiesta per lui tutti i suoi concittadini nel paese in cui vive, tranne il sindaco e la sua consorte. A lui la grazia viene da De Santis negata (come sia possibile negare qualcosa a qualcuno che non l’ha mai chiesto potrebbe essere oggetto di discussione) per motivi non chiarissimi (De Santis dichiara che Romani era “rotto dentro”).
Nel corso della narrazione non mancano le lodi a De Santis per i suoi meriti di grande giurista ed esperto uomo politico che è riuscito a superare ben sei crisi di governo in sette anni. Credo sia lecito il dubbio in merito alla prima proposizione e se in questo modo Sorrentino ha voluto dimostrarci che non esiste giustizia indubbiamente c’è riuscito.
Cosa sappiamo della vita personale di Mariano? È vedovo da 8 anni e rimane legatissimo al ricordo della moglie, seppure con un ma: lei lo aveva tradito senza mai dirgli con chi e il cruccio (per il tradimento o perché non sa con chi è stato perpetrato?) lo perseguita. Verso la fine della narrazione, dopo un’apoteosi di metafore simil-felliniane (il premier portoghese colto dalla tempesta in una scena interminabile al rallentatore, il robot-cane, il balletto moderno) arricchita da una colonna sonora martellante fra techno e rap, ecco la rivelazione: l’amante segreto di sua moglie era la loro carissima amica Coco (Milvia Marigliano), celebre critica d’arte e donna di una antipatia e volgarità incommensurabili. E la narrazione volge al termine con una scena che meriterebbe l’Oscar per la depressione: finito il settennato Mariano cena frugalmente nel suo appartamento con Coco, dedita all’usuale turpiloquio, guardandola di sottecchi preoccupato come per chiedersi: ma era veramente lei l’amante di mia moglie?